Interpretare il risultato del referendum del 17 Aprile

Arresta la Trivella
Bieco dimonio!

Nonostante il risultato non fosse così scontato, già il giorno della vigilia ci si aspettava un fallimento del Referendum sulle Trivelle. La prima avvisaglia era arrivata già dai dati diffusi dall’AISE, a testimonianza della scarsa partecipazione dei votanti dall’estero: appena il 19.73% degli aventi diritto aveva votato, con addirittura diversi casi di consolati che non hanno ricevuto nessuna busta di ritorno.

In totale hanno votato 15.806.788 di Italiani, su un totale di 50.675.406 aventi diritto. Il 31,19%, che di fatto non ha permesso il raggiungimento del quorum. Ai primi dati diffusi, quelli riferiti all’affluenza entro le 12, era già chiaro l’esito del referendum.

I comunicati e le affermazioni del giorno dopo sono sempre gli stessi. C’è chi dice che non ci sono sconfitti, quello che afferma che 15 milioni di Italiani non sono pochi, chi propone di continuare la battaglia e chi se la prende con chi non è andato a votare. Ma invece di stare a discutere di queste cose, sarebbe più giusto ed interessante discutere del perché il 68.81% degli Italiani non si siano espressi, e dell’effettiva utilità di quest’ultimo referendum. Oltre, ovviamente, alle ovvie discussioni che dovrebbero esserci sui metodi di propaganda dei due schieramenti.

Ma sopratutto, si dovrebbe ora iniziare a discutere in ogni caso di nuove norme per la gestione degli impianti di estrazione, e magari regolamentare davvero le  concessione seguendo la normativa Europea (che non prevede il rinnovo “ad eterno”). Insomma, limitarsi al solo voto sarebbe alquanto riduttivo.

Prima di tutto, un po’ di numeri generali. Dall’estero, gli stati con più votanti sono stati lo Swaziland (87.23%), l’Honduras (61.39%) e il Kosovo (60.97%). Dal Regno Unito (che ha dichiarato di avere uno o più consolati che non hanno ricevuto nessuna scheda di ritorno) su 216.876 di aventi diritto hanno votato 45.286 persone, il 20.88%. In tutti gli stati Europei ha votato appena il 19.30% degli aventi diritto, sempre con una forte prevalenza del Si. Ininfluenti in ogni caso le schede bianche e le schede nulle.

In Italia la situazione è altrettanto strana. Solo 5 regioni non hanno superato la soglia del 30% di votanti, ossia il Trentino Alto Adige (25.19%, la percentuale più bassa), l’Umbria (28.42%), la Campania (26.13), la Calabria (26.69%) e la Sicilia (28.40%). Nel Crotonese hanno votato di più i paesi in montagna, ed oltre al 32.20% del capoluogo, troviamo Castelsilano (28.50%), Pallagorio (28.03%) e Verzino (27.46%). In tutti i casi, sono stati scrutinati più voti per il Si.

La prima considerazione da fare è: tutti quelli che sono astenuti, sono da considerarsi vicini al PD? Neanche per sogno. Negli oltre 35 milioni di Italiani che non si sono espressi, ci sarà sicuramente qualche simpatizzante daccordo con la linea dell’astensione, ma in realtà parliamo di due cose principalmente, il menefreghismo generale e il disinteresse verso il tema trattato. Se da un lato c’è chi non ha interesse in ogni caso ad andare a votare, dall’altro ci sono anche delle persone che non sentono il dovere/bisogno di esprimersi su determinati temi. A tal proposito, gioca a favore proprio il testo di alcuni referendum: questo infatti riguarda un punto specifico, ma, anche qualora approvato, lascia ampia immaginazione e spazio di manovra al governo. Come è successo con l’acqua pubblica, che di fatto non impedisce la partecipazione di società miste e private.

Io sono tra quelli che ha votato, ed ho votato No. Ciò non toglie che anche l’astensione è un “voto” valido, tanto quanto la scheda bianca o nulla, checché ne dicano in questi giorni molti parlamentari. Ed oltre la metà degli Italiani ha scelto di astenersi.

A questo punto, bisogna farsi un paio di domande. Prima tra tutte, servono davvero questi referendum così capillari? Questo referendum è partito come un capriccio contro il governo, ma ha pagarlo non saranno solo i suoi organizzatori, saremo tutta la popolazione. Questo non vuol dire che dati i costi non si fanno referendum, ma vuol dire che dati i costi è inutile organizzare referendum su temi poco sentiti, o comunque poco argomentati.

E qui viene un’altro punto, che probabilmente ha influito sul numero dei votanti: le argomentazioni dei gruppi per il Si e per il No sono state patetiche. Al limite della retorica e dell’ignoranza infantile. E’ stato un tripudio ambientalista contro il petrolio, con migliaia di immagini di animali inzuppati di greggio, piattaforme (e non trivelle, che non centravano nulla) su sfondi meravigliosi… addirittura ho visto una sirenette che arrancava sulla spiaggia, rioperta di chiazze di petrolio, con la scritta “Spiegare il referendum ai più piccoli”. Disinformazione. Nulla di tutto ciò trattava il referendum, e quasi nessuno (a parte qualche giornale serio) si è preso la briga di analizzare il quesito per quello che era. Questa è forse la sconfitta più grande, dato che in quei quasi 16 milioni di votanti, una buona parte sarà stata mossa solo dal giusto desiderio di salvare il mare, indottrinata via web a suon di immaginette e slogan semplicistici.

Ma quindi il governo non ha colpe? Certo che no. In molti hanno attaccato a spada tratta la “presunzione” del governo nel dare una linea di voto, nello specifico il PD che chiedeva di non andare a votare. Peccato che anche questa sia una posizione lecita, per quanto fastidiosa. Non è un parere vincolante, ma solo una linea, che lascia ampia libertà di manovra e, dunque, di voto. Non sono stati pochi, all’interno del PD, ad andarci a votare. Tuttavia, se proprio dobbiamo accusare il governo di qualcosa, in questo caso è la più totale mancanza di informazione sul tema. Di fatto, il governo ha mandato 50 milioni di persone al voto senza informarle adeguatamente, delegando il compito ai comitati pro-si e pro-no, oltre che a parlamentari e giornalisti. Non ha fatto chiarezza su nulla, ed anzi, ha cercato di spingere sull’astensione, alludendo al fatto che in fondo era una questione da poco.

Tutta una serie di fattori, insomma, ha delineato una scarsa attenzione verso il referendum. E’ stato proposto e gestito male dallo stato, certo, ma è stato mortificato e sminuito dai comitati di promozione. Di fatto, è una prova di forza del governo, che anche se non gode del diretto appoggio degli astenuti, ha stoppato tutti i partiti di opposizione.

D’altra parte, è anche una vittoria ambientale. Eggià. Questo perché, non essendo passato, si eviteranno le vere perforazioni, quelle previste oltre le 12 miglia per appropriarsi nuovamente dei giacimenti all’interno dei limiti. Inoltre, il fatto che non sia passato il referendum non deve essere uno stop alle richieste (quelle serie si intende) dei movimenti ambientalisti. Anzi, deve essere un motivo in più per ottenere degli standard più alti e più sicuri, per noi e per l’ambiente, trovando un giusto compromesso tra tutti i fattori. Se questa cosa non si farà, vorrà dire che chi ha promosso il referendum non aveva a cuore l’ambiente, ma altro.

A parte i referendum del 2011, in Italia non si raggiunge il quorum dal 1997. Questo è indicativo sia di quanto sia alto l’interesse generale della popolazione, sia del distacco che la gente sente rispetto al mondo politico. Ci basti ricordare che il referendum del 17 Aprile è stato definito come un “voto politico” dagli stessi promotori. Un referendum non è una soluzione a tutto, e uno strumento di questo tipo andrebbe usato solo in casi di reale necessità. In questo caso, il suo uso è stato approvato per via di una divergenza tra le leggi Nazionali e quelle Europee, ma di fatto l’istituzione del quesito referendario è stato un errore. Sia per il costo, sia per la strumentalizzazione, sia per la specificità del quesito.

Non è bello sintetizzare con “ha vinto l’astensione”. Ne possiamo dire che ha vinto il buon senso. Però, da questa sconfitta collettiva, dobbiamo trarre tutti una conclusione, una morale, meglio se seria. Se c’è qualcuno che ha vinto è lo Stato, che non perderà posti di lavoro (che ancora non sappiamo quanti sono) e non perderà produzione nazionale di gas e combustibili, per quanto bassa. Se c’è qualcuno che ha perso sono i promotori del referendum, che hanno cercato di strumentalizzare un tema molto più sensibile e ampio. Nel mezzo, ci siamo noi, cittadini favorevoli o meno al quesito, che dobbiamo martellare incessantemente (e non solo a comando) per ottenere una migliore gestione delle infrastrutture energetiche già attive, ma anche per ottenere una maggiore dipendenza da fonti rinnovabili. E bene o male ci stiamo riuscendo, dato che siamo arrivati al 40% del fabbisogno nazionale.

Ognuno di questi gruppi deve però capire che questo referendum è stato indicativo di molte lacune. Lo Stato non ha gestito bene la questione, tralasciando e delegando compiti e obblighi. I promotori del referendum hanno strumentalizzato a loro vantaggio la propganda elettorale, al fine di ottenere appoggio per andare contro il governo e non a favore dell’ambiente. I cittadini, beh, come sempre si sono lasciati trasportare da tante belle parole, che quando riguardano cose come il mare accendono gli animi.

Si spera che il prossimo referendum che verrà (anche quello di Ottobre) sarà gestito meglio. Da tutti i fronti. Perchè, sintetizzando, qui è mancata l’informazione. E se non c’è quella, non ci potrà mai essere un quorum.