Ripensarci su

E ci risiamo. Mi è scappato un’altro compleanno a Londra. E c’è stato un passo in avanti: se l’anno scorso lavoravo di notte, ed ho festeggiato in uno squallido fast-food di un mercato ortofrutticolo notturno mangiando un quarter pounder cheese da 2£ nel camion del mio amico Portoghese (con un’alba spettacolare), quest’anno ho festeggiato in una champagneria Francese, con i miei amici di sempre e con quelli nuovi. Ormai vivo qui da 1 anno e mezzo preciso, e non saprei dire se il salto è stato rapido o meno. Però, è successo velocemente, volando.

So anche che il tempo a mia disposizione qui sta per scadere. E la scadenza questa volta è più incombente degli anni passati, dato che prima della fine dell’anno le strade si divideranno, ed ognuno andrà per la sua. Sicuramente, andrò via da Londra, nonostante tutti ne elogino le possibilità e le vie percorribili. Magari vi ricorderete della mia pazza idea. Beh, non è cambiata.

A differenza di qualche mese fa però, ho realizzato una cosa. Un pensiero diverso dal mio solito. Ossia che in fondo, emigrare, non è poi così male. Non perché dopo un po’ ci si dimentica della propria terra (e per molti è semplicemente così), ma perché in fondo si possono apprendere tante, tantissime cose, che poi si possono portare nella propria terra. Di fatto, questa è una differenza sostanziale tra l’emigrazione del Sud Italia e quella del Nord, dato che nella parte alta del paese si ritorna dopo gli anni sabatici, mentre il sud si abbandona gradualmente, anno dopo anno. Perché tutti vorrebbero tornare, ma…

In questo modo, “l’economia culturale” del meridione resta grossomodo invariata. Diventa un’economia di sussistenza. Ed è per questo che si sviluppano, trovando terreno fertile, molti movimenti autonomisti e identitari: perché non c’è contatto con il mondo esterno, comunicazione (se non quella passiva di TV e Internet), novità. Ci si arrocca su quello che si ha, dato che tutto il resto è lontano, irraggiungibile.

Non è tanto un isolamento fisico, dovuto alla carenza di trasporti e collegamenti, ma è per lo più un isolamento mentale e sociale. Una chiusura, dovuta anche (non esclusivamente) al fatto che sono pochi i giovani che rientrano dopo aver vagato per il mondo. La cultura, le arti, i mestieri, le abilità, sono cose che si possono apprendere e portare con se, ovunque. Lo fecero tutti i popoli prima di noi, e tutti gli imperi. E’ così che abbiamo appreso la scultura, la matematica, ma anche la lavorazione del ferro, l’impasto del cemento e la tessitura. Tante piccole cose, da ogni parte del globo, che, sommate, migliorano la condizione e la qualità della vita.

Questo, in Calabria, ancora non accade. Sappiamo fare molto di più rispetto alle generazioni passate, e lo sappiamo fare anche meglio in certi casi. Eppure, questa cosa non è bastata per risollevare la terza isola. Anzi, i dati continuano ad andare peggiorando, tra disoccupazione, frodi e omici. Un quadretto non proprio allegro. Questo può essere spiegato con più motivazioni, ma principalmente la causa è da imputare alla staticità dell’ambiente, alla sua immutata forma, immobile negli anni e, per alcuni comportamenti, nei secoli. Questo crea generazioni rassegnate, sopratutto nell’era della mobilità sociale, dello spostamento, della flessibilità estrema. Un contrasto stridente, che paghiamo a caro prezzo.

D’altro canto, come può un giovane tornarsene in Calabria? Se e quando riprenderò il mio lavoro nell’IT, come posso sperare di trovare delle opportunità decenti nella mia Regione, simbolo del digital divide? Come può un laureato fare ricerca e sviluppo? Come può il ragazzino trovarsi un lavoretto, se non girano soldi? Sembra quasi che per tornare a viverci, in Calabria, bisogni sacrificare le proprie scelte di vita, per assecondare quelle della terra, del luogo. Da una parte è meglio se facciamo tutti i contadini, ci sono meno investimenti da fare. Ma non è questa la strada giusta. La strada giusta è puntare sul rientro degli emigrati, non solo quelli Calabresi, ma gli emigrati in generale. Puntare a far tornare gente, vita. Richiesta, domanda, offerta.

Emigrare serve a questo. E’ un doppio investimento su se stessi. Da una parte, ti fa apprendere molte cose, più o meno utili. Dall’altra, ti fa comprendere se sei davvero fatto per un posto o per un altro. Non è facilissimo sentirsi a casa, all’estero. Io sono della scuola “Impara l’arte e mettila da parte”, e sono dell’idea che un qualunque talento possa trovare un buon campo di gioco in Italia, ed anche in Calabria.

Solo che ancora, noi, laggiù, non lo sappiamo. Certo, perchè nessuno c’e lo spiega, ma anche perchè non siamo in grado di capirlo da soli.