Esercito Industriale di Riserva

Giusto per ricordarcelo (via Cortocircuito)

Questa volta mentre scrivo non mi trovo a Londra, ma a Crotone. A casa mia. E mi scervello nel pensare a come poter fare per rimanere qui, senza dover pesare sulla mia famiglia. Insomma, avendo un lavoro, una benché minima entrata per potermi mantenere. E’ dura anche solo da immaginare, ma continua a sembrarmi possibile.

La principale fonte di demotivazione, purtroppo, viene proprio dai miei coetanei, o da chi a Crotone c’è rimasto a vivere. Vorrebbero tutti scappare. Senza se e senza ma, perché, anche se hanno un lavoro, il tutto fa schifo. Neanche la mia famiglia fa eccezione.

Il salvifico rifugio consiste nell’andare via. Nell’emigrare, altrove, lontano. E se io ho in testa il ritornello dal Canzoniere delle Lame, “ordine vuol dire poter lavorare, ordine vuol dire non dovere emigrare, ordine vuol dire aver la dignità, di non partire e di star qua“, l’ordine del giorno (nuovamente aumentato nell’ultimo decennio) sembra essere proprio l’opposto: emigrare, andare in un posto dove “si vive meglio”. Così, i buoni partiti da cui cercar lavoro non sono più i baroni, i marchesi o i benestanti, ma diventano le metropoli, le multinazionali, le grandi catene. E non importa quanto sia basso il salario: l’importante è avere un lavoro.

Mi sembra giusto dunque aprire una parentesi che fino ad oggi non avevo toccato, nei miei resoconti. Una considerazione sociale, che in questo momento comprende anche me nel suo insieme. Una delle tante idee Marxiste che sono, in effetti, semplice realtà dei fatti: l’Esercito Industriale di Riserva.

Il concetto non è tra i più complessi del filosofo, ma è comunque abbastanza articolato. Volendo sintetizzare, con Esercito Industriale di Riserva si intendono tutti i disoccupati all’interno di un’economia di tipo capitalista. Marx infatti teorizzava che più aumenta la ricchezza sociale, maggiore è la massa dei disoccupati. In un sistema capitalistico, anche i disoccupati hanno una funzione, fine solo al sistema stesso: sono alla ricerca di lavoro. La disoccupazione allora viene definita come un’arma nelle mani del capitalista, dato che in questo modo può giocare sul valore del lavoro (quindi sul salario), mantenendolo sempre più basso possibile. D’altro canto, i disoccupati, intrappolati in questa posizione, hanno bisogno di lavoro per vivere, e sono disposti non solo ad accettare degli stipendi bassi, ma anche a lavorare più del dovuto, contribuendo, anche in questo caso, alla diminuizione del valore del loro stesso lavoro. Il tutto, a beneficio del capitalista.

Sembra uno scenario catastrofico ed improponibile, vero? Però, pensiamoci bene, all’ultima volta che non avevamo lavoro, e cercavamo di tutto pur di fare qualcosa. O a quando ci è stato chiesto un favore oltre alle nostre competenze/doveri, e noi lo abbiamo fatto lo stesso, per quieto vivere. E’ quotidianità, in tutti gli ambiti ed in tutti i mestieri. Ciò non vuol dire che sia giusto.

Di questa massa facciamo parte pure noi, giovani e meno giovani, persone che scelgono di vivere senza una specializzazione precisa e concreta. In noi è più insita l’idea di perdere il lavoro, e dunque di andare dove sia più facile trovarlo. Qualche anno fa, la meta perfetta era la Spagna. Oggi è il Regno Unito. Prima ancora, era l’America. Domani, possiamo solo immaginarlo. Che sia la massa dei disoccupati, che sia la massa dei lavoratori, ne facciamo parte. Ed accettiamo la cosa abbastanza alla leggera.

Quando parlo infatti con altri ragazzi, da tutta Italia e non solo, la risposta grossomodo è sempre la stessa: qui c’è lavoro. In molti poi mi aggiungono che vogliono fare i soldi, ma sappiamo già come va. Il fatto che qui ci sia lavoro non è una garanzia, ma una scusa. Nelle fabbriche, nei borghi e nei paesini sperduti non c’è carenza lavoro, tuttavia anche Londra (specialmente il centro, e non le zone periferiche) è ben fornita di ragazzi disoccupati, in attesa di una chiamata alle armi. E ancora, si, c’è molto lavoro spiccio, ma a che condizioni? Un’altro problema delle economie di questo tipo è che puntano ad annientare i diritti lavorativi e sindacali dei lavoratori. Può andar bene accettare delle condizioni non vantaggiose all’inizio, ma poi?

Poi succede che con migliaia di disoccupati disponibili, se ti lamenti delle troppe ore di lavoro (certe volte anche più di 70 a settimana), degli stipendi troppo bassi, delle ferie forzate o non pagate, della malattia non riconosciuta e così via, ti viene consigliato di starti zitto, che per rimpiazzarti ci basta mezza giornata. Di fatto, questa situazione è già presente in Italia, figuratevi in un centro come Londra, pieno di giovani e meno giovani che non cercano una via, ma un modo per sopravvivere.

La perdita di garanzie non è una cosa buona, ne per noi giovani “alle prime armi” ne per chi lavora da una vita. Non bisogna puntare a perdere diritti sul posto di lavoro pur di lavorare. Un paese che punta a favorire il lavoro diminuendo i diritti dei lavoratori sta compiendo un crimine. E andrebbe fermato. Eppure, questa massa di disoccupati si muove, spesso proprio in questi paesi, che appaiono come “salvatori”, e finisce con buttarsi la zappa sui piedi. Anzi, forse è più corretto raffigurare il tutto con un boomerang: prima o poi tornerà a noi, e potrebbe colpirci, se non stiamo attenti.

E allora… che fare? Non c’è molto da fare, in questo caso. Servirebbe più consapevolezza. Così come quando si va a leggere un’etichetta al supermercato. Una cosa tanto semplice quanto impensabile da fare. Un gesto che dovrebbe essere così naturale. Ma non lo è. Forse non lo è mai stato. Ma il problema non è il passato, è il futuro. Se non sarà mai, continueremo ad accettare passivamente un sistema non corretto, al quale staremo appesi solo pur di campare. A discapito di qualcun’altro.