Sceneggiate

Torno a casa nel bus dopo un’infinita giornata di lavoro. È quasi l’una, ed è venerdì sera. Il contrasto è evidente: una parte del bus è colma di gente che, come me, ha staccato da poco, ha atteso una ventina di minuti al freddo per il bus ed aspetta solo di andarsi a buttare a letto; la restante parte è invece piena di gente che sta uscendo, che si sposta di locale in locale, si muove da quartiere a quartiere, e non ha intenzione di fermarsi almeno fino alla vista del mattino.

Mentre me ne sto per i fatti miei a leggermi il Crotonese, entra una ragazza. Una ragazza semplice, dall’abbigliamento comune, provenienza indefinibile. Anziché passare la Oyster chiede all’autista qualche minuto per cercarla nella borsa. Nel frattempo l’autista parte. Questa cerca, cerca, cerca. Ovunque. Borsa, tasche, giubbotto, ma niente, la Oyster non esce fuori. Inizia anche a dire qualcosa: “È impossibile“, “L’ho usata poco fa“, “Ho appena fatto l’abbonamento“, e così via.

Per oltre venti minuti, ha “cercato” la sua Oyster. C’è stato un po’ di traffico e diversi rossi, ma lei non si è fatta fermare, ha continuato imperterrita nella “ricerca”, ripassando più e più volte anche negli stessi punti, finché alla fine, sconfitta, non ha abbandonato il mezzo, scusandosi con l’autista (al quale la cosa non interessava).

Il caso ha voluto che siamo scesi alla stessa fermata. Dovevo chiederglielo: “Hey! Tutta ‘sta ricerca e non è uscita fuori, l’hai persa!“. Sorride, e lapidariamente mi dice: “No, i haven’t“. Insomma, ha fatto finta di cercare, imperterrita, per quasi mezz’ora.

Sempre col sorriso si gira e prosegue la sua strada per casa. Io invece attraverso, pensando al fottuto abbonamento, a quanto fa freddo senza una felpa addosso ed a quanto manca per arrivare a letto.