Qualche “segreto” dell’Immacolata

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La piccola cripta

La chiesa dell’Immacolata di Crotone ha una lunga e particolare storia, spesso poco conosciuta o comunque ignorata. A vederla, da fuori, non sembra una chiesa importante, e neanche dall’interno, essendo un po’ malconcia e vecchia, si ha l’idea della rilevanza che ebbe fino a qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Eppure, parliamo di quella che fu’ la seconda chiesa della città, posizionata, appunto, nella seconda piazza più grande della Crotone Vecchia. E, sopratutto, dell’unica chiesa della città che si dotò di una confraternita laica.

La chiesa, sebbene sia sempre stata dedicata all’Immacolata Concezione, ha cambiato più volte il nome di riferimento nella popolazione, ed è probabilmente una delle più particolari della città, sopratutto per i diversi “segreti” che custodisce, ma anche per le particolari pratiche che vi si svolgevano all’interno.

Stiamo per tornare nel 1682, in una Crotone abbattuta e malconcia per via di carestie, raccolti persi, malaria e difficoltà economica. L’anno in cui venne fondato l’Oratorio della Pietà, ed in cui prese vita la Confraternita dell’Immacolata Concezione e delle Anime del Purgatorio, in quel luogo che noi oggi conosciamo semplicemente come Chiesa dell’Immacolata.

Le origini:

Sul finire degli anni ’70 del 1600, la città di Crotone non se la passava molto bene. Un susseguirsi di annate aride, complicato da invasioni di locuste e bruchi, rovinò per più di un lustro i raccolti, coinvolgendo dunque anche i proprietari terrieri e i commercianti. Vi fu un momento economicamente scarso, complicato anche da malattie come la malaria, che ogni estate mieteva numerose vittime. La situazione peggiorò di anno in anno (e continuò fino alla fine del secolo), e su questa situazione emergenziale venne deciso di creare un nuovo luogo sacro, dedicato all’Immacolata Concezione.

La chiesa di allora non era come quella di oggi, ovviamente. Era molto più piccola e scarsamente decorata. A volerla fortemente furono i nobili di allora, che ne finanziarono l’edificazione, anche se poi la gestione passò ad un gruppo di laici, cittadini comuni, che la mantennero sotto tutti gli aspetti. Questi laici fondarono la Confraternita dell’Immacolata Concezione e delle Anime del Purgatorio, e si presero l’onere di mantenere e gestire la chiesa in tutti i suoi aspetti.

Sostanzialmente, la confraternita venne definita come un sodalizio: era a tutti gli effetti una sorta di società, dove i membri che vi partecipavano pagavano una quota annua che serviva poi per mantenere (inizialmente) l’edificio. Questa aveva una regolamentazione piuttosto comune: vi era un superiore che amministrava il tutto, un tesoriere che gestiva il denaro, degli assistenti e dei consiglieri, ed anche la figura del maestro o sacerdote, che era la figura spirituale di riferimento. Oltre a queste figure amministrative vi erano poi i singoli partecipanti, gente comune (come gli amministratori) che si riuniva solo per lo svolgimento delle funzioni.

Come ogni confraternita che si rispetti, anche questa aveva un abbigliamento particolare. I confratelli infatti erano dotati di una tunica di tela bianca, abbellita da una mozzetta color cera. In seguito, il colore della mozzetta venne cambiato in turchese, colore con il quale ancora oggi si identifica l’Immacolata Concezione (pensate al colore del velo di Maria nei vari dipinti). Solo il superiore aveva il diritto di portare una vanga (si, una pala) con le iniziali della vergine incise sopra.

Già sul finire del secolo, la confraternita contava diversi membri (non solo gente comune, ma anche gente benestante e nobile), e con il denaro raccolto riuscì ad abbellire la struttura, dotandola di paramenti, sedie, candelieri, lampade ed anche vestiario. Nel corso del tempo, questa si ingrandì molto, e ottenne numerose donazioni anche da gente facoltosa, che gli permisero di ampliare la struttura della chiesa, di acquistare opere d’arte, e addirittura di formare una sorta di istituto di credito, dove la popolazione poteva prelevare del denaro che avrebbe poi restituito.

La confraternita fu’ particolarmente attiva sopratutto fino agli inizi del 1800, anno in cui cominciò un lento e graduale decadimento, anche se esiste ancora e conta diversi membri.

Sui nomi:

In realtà, il nome della confraternita non fu’ una scelta originale. Già ad inizio ‘600 esisteva una confraternita con questo stesso nome, che era però dedicata solo ai nobili ed ai francescani. Questa confraternita però non ebbe vita lunga, e finì per sciogliersi intorno al 1640. Fu’ solo a distanza di quarant’anni che il nome si ripresentò e divenne, di fatto, il nome ancora oggi ricordato di una delle più durature confraternite della città.

Inizialmente però, questa veniva indicata anche in modo dispregiativo, e chiamata “confraternita dei plebei“. Era un ovvio riferimento alla natura dei partecipanti, gente comune, commercianti, lavoratori. Sopratutto gente della zona. A tal proposito, è bene ricordare che all’epoca la piazza antistante all’Immacolata (oggi Piazza dell’Immacolata) si chiamava Piazza del Popolo. Ovviamente, non con l’accento politico di oggi, ma intesa come “piazza della gente comune”, dove questa si ritrova. In seguito, la piazza prese anche il nome di Piazza degli Onorati e dei Massari.

Inoltre, fino ai tempi recenti (una/due generazioni fa) la chiesa era anche nota come Chiesa dei Morti. I motivi sono principalmente due: innanzitutto, una volta nel palazzo del comune vecchio vi era un’ospedale, e per motivi di vicinanza le celebrazioni dei defunti si svolgevano tutte (escluse le eccezioni, che potevano permettersi solo i più benestanti) in questa chiesa. Inoltre, a quanto si racconta (ma non ho trovato riscontri), era l’unica chiesa che svolgeva i funerali degli “appestati”. Non sembra ci sia un filo diretto con la sua cripta, ma non è da escludere.

La questione economica:

Sostanzialmente, la confraternita viveva grazie alle donazioni dei confratelli, ma anche grazie a lasciti e donazioni esterne. Ad esempio, molte persone pagavano per far celebrare un tot. di messe in suffragio, e si accordavano per un canone annuo da pagare. Altre persone invece versavano dei soldi per i proprio parenti, ma li destinavano alla confraternita nel caso della loro morte.

Una delle attività più importanti della confraternita, che andò avanti fino agli anni ’80/’90 dello scorso secolo, consisteva nel far versare ai confratelli una quota annua (a quanto pare di 5.000 lire) per ottenere poi un loculo al momento del trapasso. Inizialmente, si usò il cimitero interno alla chiesa, fino all’uso di ossari e della cripta, e solo in tempi recenti (anni ’60/’70 del secolo scorso) la confraternita si dotò di un’intero padiglione nel cimitero comunale della città, dove far seppellire coloro i quali versavano la quota.

Nonostante tutto, la confraternita non viveva nel lusso, anzi affrontava molte problematiche di tipo economico. Una vicenda esemplare ci viene offerta dall’episodio detto “dei macellai“. Questi furono mandati via da Piazza Lorda (oggi nota come Piazza Villaroja) per via degli odori forti delle carni e dei loro scarti. Pensate, all’epoca, senza sistemi di lavaggio o recupero dei liquidi, cosa dovevano significare più bancarelle di macellai all’aperto. Magari d’estate. Furono mandati allora lontani dall’abitato, dietro la chiesa dell’Immacolata, in uno spazio che esiste ancora oggi (come parcheggio) che confinava con le mura esterne. Essendo dietro la chiesa, i confratelli pensarono di buttare giù un muro per favorire il passaggio dei cittadini, che altrimenti avrebbero dovuto aggirare l’intero l’edificio.Ma non lo fecero per carità: chiesero ai macellai un canone annuo per potersi assicurare il permesso dell’uso del passaggio. Insomma, ogni metodo per alzare qualche soldo era ben visto, data la situazione.

Fu’ solo grazie alle donazioni, pervenute per la fede, a permettere ai confratelli di rendere la chiesa così come oggi la vediamo. Era la metà del ‘700, quando un nobile non solo iniziò a pagare per tutti i lavori di restauro e manutenzione (compresa l’acquisizione di nuovi edifici, oggi sotterrati), ma anche per far pervenire ori, paramenti e addirittura un nuovo altare in marmo. Da allora la chiesa acquistò sempre più prestigio, e la confraternita iniziò ad essere molto numerosa, finendo con l’avere anche un peso politico.

In questo momento di massimo splendore, a cavallo tra la metà del ‘700 e dell’800, il luogo venne identificato come “Sedile dei Massari“, in contrapposizione al “Sedile dei Nobili“, una struttura rialzata situata in fronte alla chiesa del Duomo rimasta intatta fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Come già detto in precedenza, questo denaro veniva usato anche per fare dei veri e propri prestiti. Inizialmente questi erano rivolti ai lavoratori della terra, ma poi, aumentando il capitale, si rivolsero anche a proprietari e nobili. Nella metà degli anni ’70 del ‘700 venne addirittura istituito un “istituto di maritaggio“, che prevedeva di dare ben 40 ducati a due donzelle “del popolo” scelte annualmente, e quindi figlie di chi non poteva permettersi il costo del loro matrimonio.

La Cripta:

Il Cristo Redentore che custodisce le spoglie
Il Cristo Redentore che custodisce le spoglie

Entriamo ora nel dettaglio forse più interessante della chiesa. Cripta deriva dal greco, e letteralmente vuol dire “nascosto”. Al di sotto della chiesa vi sono due piccole stanze, molto probabilmente una parte della struttura originaria della chiesetta prima dei restauri, contenente diverse curiosità sconosciute ai più. Ci si arriva in circa venti scalini.

Sicuramente, il dettaglio più particolare è rappresentato dai teschi. Nella cripta infatti sono conservati i crani di oltre 200 persone, tutti uomini, morti dalle origini della confraternita fino a qualche tempo prima dell’apertura del cimitero comunale. Alcuni di questi teschi sono scritti, marchiati con il nome e cognome del defunto sulla fronte, con conseguente data di nascita e di morte. In mezzo a loro vi è una statua del Cristo Redentore, che sta li a proteggere le spoglie in eterno. Il luogo è utilizzato come cimitero già dalla fine del ‘600.

Questa macabra esposizione aveva un doppio senso: serviva non solo ad affrontare il problema logistico delle salme (conservarne solo il cranio), ma anche rappresentare la storia della confraternita, la sua continuità oltre la vita terrena. Inizialmente non erano disposti in questo modo, ma dopo gli anni ’80 e il duro lavoro di Don Pino Covelli, la cripta è diventata agibile conservando una parte del suo fascino e della sua storia.

Nella saletta antistante l’ossario vi è poi una sala dove ancora oggi si svolge il rosario dei confratelli. Anche in questa stanza le pareti sono riempite con i corpi dei confratelli defunti in tempi più recenti. Vi è un piccolo altare (che da le spalle all’ossario) ed un bel po’ di sedie.

Sempre nella cripta, sono custodite diverse vecchie statue in legno, risalenti al ‘700. Vi sono la statua di San Francesco d’Assisi, di Sant’Isidoro Agricoltore, di San Cosmo e Damiano e del Gesù Morto. Sopratutto le ultime due sono degne di nota: il Gesù Morto è conservato in una teca, che veniva esposta e portata in processione in passato; le statue di San Cosmo e Damiano, molto apprezzati una volta nel Crotonese per via della loro figura (erano i medici dei poveri), sono ad altezza uomo, semplicemente perfette, e ricche di donazioni da parte delle persone. Dietro le statue infatti vi sono innumerevoli oggetti in metallo, spesso ori e argenti fusi dei fedeli, che raffiguravano le parti del corpo malate o da guarire. Ci sono dunque placche che raffigurano mani, piedi, braccia, ma anche cuori e polmoni.

Inoltre, vi è un bellissimo e purtroppo rovinato quadro del ‘700 dell’Addolorata. Pesantemente rovinato, non è stato facile intravedere la figura dell’addolorata in sofferenza al di sopra di una folla di uomini e donne. Purtroppo, il quadro è irrecuperabile: non solo è divorato dall’umido, ma è anche strappato e mangiato nel centro.

I due compari:

Non si vede bene, ma sono legati da un filo
Non si vede bene, ma sono legati da un filo

Non poteva mancare una leggenda. Come ho detto poco sopra, molti teschi erano marchiati, e vi era scritto sopra il nome del defunto. Stando ad una leggenda, confermata anche da chi ha lavorato ai restauri più recenti nella cripta (anni ’70/’80), ci sarebbero due teschi che tornano sempre vicini.

Li hanno soprannominati “i due compari“. Sia il prete che il sagrestano hanno giurato di averli messi in due posti diversi e di averli ritrovati vicini, per più di una volta. Sempre loro due, con il loro nome (consumato dal tempo e dall’umidità) e le loro date. Sempre loro.

Venne deciso così di legarli insieme con una corda, oggi sfilacciata e poco resistente, in modo da ricordarsi chi fossero, e per non permettergli di allontanarsi l’uno dall’altro.

Il tunnel sotterraneo:

Il percorso del tunnel
Il percorso del tunnel

A qualcuno può sembrare strano, ma anche a Crotone vi erano innumerevoli passaggi sotterranei e tunnel segreti, che collegavano diversi punti dentro e fuori le mura. Molti sono solo leggende (come il tunnel che collegherebbe il Castello a Capo Colonna), mentre altri sono veri. Come nel caso del tunnel dell’Immacolata.

Se ci pensate, probabilmente vi ricorderete di una storia che parla di un accesso segreto dietro i mercatini di Via Tellini. Ecco, questa storia è vera, perché vi era realmente un tunnel che permetteva l’ingresso o l’uscita dalle mura della città senza passare per le porte principali. Il cunicolo è abbastanza stretto (ci passa al massimo una persona), e alto poco più di un metro e mezzo. Scavato nella terra, è rinforzato quando da pietre quando da mattoni, tenute assieme da malta grezza.

Questo passaggio segreto sarebbe servito per consentire ai pellegrini ed ai viaggiatori (ma probabilmente anche ai confratelli) di entrare ed uscire indisturbati dalla città, senza farsi neanche vedere in giro: il tunnel, infatti, passa proprio sotto la chiesa, sboccandovi all’interno.

Oggi del tunnel sono visibili appena una decina di metri. Il restante percorso è stato distrutto dalle nuove costruzioni. Si sa per certo che sboccava, da una parte, vicino alla Porta Nuova della città, non si sa bene se prima (quindi fuori le mura) o se dopo (quindi dentro le mura), anche se pare fosse nei pressi di una nota e tuttora esistente farmacia (quindi all’interno). Resta invece un mistero il secondo sbocco del tunnel: c’è chi lo vuole nei pressi dei mercatini, chi al di sotto di Villa Berlingieri, chi direttamente al bastione e chi in un’area verde vicina. Purtroppo, non si hanno più tracce di questa uscita, per ora.

La funzione difensiva:

Come se non bastasse, la chiesa aveva anche una funzione difensiva per la città. Dalla sua posizione era possibile osservare direttamente al di là delle mura, e direttamente usando la sua cupola o il suo campanile. Trovandosi vicina alle mura, non fu’ raro l’uso di soldati di vedetta, pronti a scattare prima degli altri se vedevano qualcosa di insolito.

Basta pensare a com’era la città una volta: il lato della Margherita era costeggiato dal mare, mentre il lato della Marina era occupato da uno stagno/palude. I punti più esposti erano proprio quelli centrali, dunque quelli che vanno grossomodo dal classico fino a San Leonardo. Il perché i Borboni poi temessero più un attacco via terra rispetto ad uno via mare è dovuto al fatto che le rotte commerciali non erano più pericolose come appena qualche secolo prima, e vi era già un fiorente traffico amico. Erano, insomma, più protetti.

Oggi:

Oggi la chiesa versa in uno stato di stallo: non è particolarmente degradata, ma è decisamente trasandata. L’umidità è un gran problema, e sta rovinando non solo i dipinti, ma anche le sculture e la cripta stessa.

La confraternita esiste ancora oggi, ma non conta moltissimi partecipanti. L’area del cimitero dedicata ai confratelli è pienissima (straborda), e non è più possibile permettersi il loculo pagando un tot. all’anno. Anzi, a quanto si dice, questo “servizio” ha portato più debiti che il resto: pensate a quanto costa un posto al cimitero, e a quanto tempo ci voleva per raggiungere la somma a 5.000 lire all’anno.

Fortunatamente, la chiesa è aperta quotidianamente, e fermarsi un attimo ad osservare le diverse opere d’arte e i vari voti della popolazione (appesi dietro all’altare) non costa nulla. Tuttavia, da proprio l’impressione di vecchio: il forte odore di umido/muffa, le pareti scrostate, le macchie nere, le statue e i dipinti scoloriti, i pezzi di stucco caduti dal muro o dal tetto e sparsi un po’ ovunque, ed anche le stoffe, visibilmente sporche e logore.

Tutto questo per dire che, nonostante questo, è una chiesa viva. è ancora particolarmente frequentata, sopratutto nel rosario del martedì sera, dove ogni persona che vi ha partecipato mi ha giurato di aver visto Dio in quella esperienza. Sarà.

Dopo un bel salto alla chiesa, è d’obbligo un salto al cimitero, per dare uno sguardo alla sua cappella, l’unica dedicata ad una confraternita in tutto il cimitero.