Sulla riforma del Senato

In questi giorni si sta discutendo della riforma che interesserà il Senato Italiano, e che sarà una riforma non di poco conto. Gli Italiani in genere tendono ad avere una visione più generale della Camera, mentre il Senato resta un’organo piuttosto sconosciuto, se non considerato addirittura secondario.

In sostanza, il Senato Italiano funziona in modo diverso dagli equivalenti Europei (come sappiamo, qui in Inghilterra si chiama House of the Lords), e si sta cercando di equipararlo agli standard dell’Unione. Personalmente, ritengo che questa sia un’anomalia positiva del nostro paese, in quanto da noi quest’organo è ancora elettivo e con potere decisionale, mentre nel resto dell’Unione è nominale e non necessario per far passare una legge.

La differenza consiste in due semplici quanto importanti diversità:

  1. In Italia è la popolazione a decidere chi mettere nel senato, negli altri paesi sono i partiti politici e/o altri organi con questo potere (sempre qui in Inghilterra, anche la chiesa ha diritto a nominare dei “senatori”);
  2. In Italia, una legge per poter essere approvata deve avere l’ok sia dalla Camera che dal Senato, mentre negli altri paesi questo doppio controllo non esiste, se non per leggi di una certa importanza;

Purtroppo, come fanno ben notare i favorevoli alla riforma, il Senato è finito per essere un grosso peso, sia in termini economici sia in termini di tempo, e sopratutto non rappresenterebbe più il suo compito originario, anzi, viene spesso paragonato ad una seconda Camera, che di fatto è inutile e serve solo ad allungare i tempi.

Mesi fa si gridava di chiuderlo, sto Senato. E, a questo punto, sarebbe la cosa più logica. Che senso ha mantenere un organo mutilato dai suoi poteri? Nessuno. Solo rappresentativo. Un Senato senza poteri decisionali e non elettivo diventa solo un modo per avere altre poltrone, e finirebbe per essere un peso ancor più pesante di quanto già non sia.

Proprio come il Senato Inglese.