Una brutta avventura con Uber

Di Uber ne so abbastanza per esserne abbastanza contrario. Sarò “all’antica”, sicuramente in linea con idee non proprio al passo con i tempi, ma da quando esiste Uber l’ho sempre collegato ad una sorta di concorrenza sleale, ad un sistema economico di stampo post-capitalista (sfruttamento di una massa inoccupata/sottoccupata/disoccupata) non in grado di darti garanzie, se non quella di un costo inferiore rispetto alla concorrenza.

Ma qui a Londra lo usano tutti, e, così come con i social network, in genere le persone rimangono stupite dal fatto che non abbia l’app di Uber sul mio smartphone, e del fatto che non mi va di usarlo. Preferisco usare i servizi pubblici (che pago), anche a costo di dover aspettare un po’, dato che in Londra questa cosa è fattibilissima.

Purtroppo però, esistono situazioni dove neanche i trasporti pubblici ti possono aiutare. È la situazione in cui ci siamo trovati qualche tempo fa io e quattro miei amici. Avevamo raggiunto Hay on Wye con una macchina presa a noleggio all’aeroporto di Heatrow, non tanto per una questione di soldi, ma più che altro per evitare multe per il transito nella city (consapevoli del fatto che, con una macchina, un giro ce lo saremmo fatti, senza conoscere limiti, ztl e così via). Ergo, tornati dal Galles, siamo rimasti a piedi ad Heatrow nel mezzo della notte, senza soldi sull’Oyster. L’unico modo per tornare a casa era o il minicab o Uber, e per una differenza di ~15£ la maggioranza decise per il secondo.

In breve: Uber ci ha calato il pacco, si è pagato la chiamata e noi abbiamo dovuto prendere il minicab.

Sostanzialmente, è successo che ho dovuto creare un account Uber, dato che i vari telefoni dei miei compagni di viaggio erano scarichi (uno dei vantaggi del rooting su Android accoppiato ad un buono smanettamento). Scaricata l’app, fatto l’account e verificata la carta di debito, si procede alla richiesta di un passaggio. In breve ci contatta il primo driver, e dopo una breve chiamata ci assicura di essere li in circa 10 minuti. Rassicurati dalla macchinina in movimento, ci rilassiamo un attimo dopo una giornata bella piena. Purtroppo però, dopo pochi minuti l’autista ci ripensa, e annulla la chiamata. Non ci avverte di nulla, riceviamo solo la notifica che la chiamata è stata annullata. Siamo di nuovo punto e a capo.

Dopo qualce maleparola ben spesa, rifacciamo il procedimento da capo. Un nuovo autista ci contatta (Abdul, e chi se lo dimentica), gli forniamo nuovamente la posizione, con tanto di postcode, e ci conferma di essere in arrivo in circa 15 minuti. Ok, va bene, lo aspettiamo qui. Passano 20 minuti, e riceviamo la sua chiamata: “Dove siete?“. Ci guardiamo intorno, e tutto era fermo. Dopo qualche istante dopo, sia noi che l’autista capiamo di trovarci in due posizione distine. Era finito in un altro punto, piuttosto distante da noi. Come ha fatto a sbagliarsi, avendo a disposizione il postcode? Semplice: non lo ha usato. Si è scusato, perché pensava di aver capito dove fossimo. Ok, va bene, lasciamo stare, quanto ci metti ad arrivare qui? 10 minuti. Ok. Ti aspettiamo.

Passano un altro quarto d’ora abbondante, e riceviamo una sua nuova chiamata: “Dove siete?“. La stessa storia di prima. Era finito in un altro punto, stavolta più vicino alla nostra posizione. Stessa storia: gli diamo qualche indicazione per capire dove eravamo, cosa vedevamo, le attività commerciali della zona, qualunque riferimento. Nuovamente scusa, e nuovamente in attesa, piuttosto innervositi. Alla terza chiamata, l’autista si trovava ancora in luogo differente dal nostro. Sai che c’è? Basta. Ci siamo rotti. Ci troviamo un altro modo per andare a casa. A questo punto, Abdul se la prende, e iniziando a riempirmi di chiamate. Alle prime si risponde, dopo il terzo rifiuto da parte nostra non si risponde più. Alla fine, grazie a lui (ed al consumo di GPS e dati) anche il mio telefono finisce per spegnersi.

L’unico modo ora a nostra disposizione è il minicab. Era li fin dall’inizio, e si è gustato tutta la scena di noi che scleravamo appresso a questo. Siamo arrivati a casa in meno di 40 minuti, e pagando circa ~15£ in più rispetto al prezzo di Uber. Ma non è ancora finita, perché appena riacceso il telefono, mi sono trovato anche ~6£ addebbitate per la chiamata dell’autista Uber. Della serie: cornuto e mazziato.

Il giorno dopo, ho contattato l’assistenza, che mi ha subito restituito la somma, e non mi sono trattenuto dal mettere il mio primo giudizio assolutamente negativo da quando utilizzo i feedback (1 stella con tanto di brutto commento, mica si scherza eh). Riavuta la piccola somma, l’unica cosa da fare era cancellare l’account di Uber e disinstallare la sua app.  Più lo scazzo che il resto.

Una sola butta esperienza non può essere un metro di giudizio valido per tutto il servizio. È ovvio. Uber sembra funzionare più che bene nella city, ed è di gran lunga preferito dai giovani. La grande disponibilità di autisti lo rende un degno concorrente del servizio taxi e minicab, senza contare che è molto intuitivo da usare. Ma questo non lo rende un servizio più affidabile o preferibile.

Analizzando l’evento, si possono pensare diverse cose. Prima tra tutti, che l’autista non fosse molto pratico. Magari è nuovo nel mestiere, e non ha molta praticità con le mappe, i GPS e quant’altro. Può essere, ma non dovrei essere io a rimetterci per questo. In secondo luogo, potrebbe essersi sbagliato. Anche questo può succedere, magari si legge male una mappa, e non si capisce bene quale strada imboccare. Ma, anche in questo caso, non dovrei essere io a rimetterci. E ancora, potrebbe essersi trattato di un postcode nel quale rientrano così tante aree da esserci più hotel e autonoleggio con lo stesso nome. Già più improbabile, ma in una realtà come Londra potrebbe essere, anche se a me sembra molto strana come possibilità. In ultimo, potrei pensare che l’autista, semplicemente, abbia fatto di testa sua. Pensando di sapere dove andare, è andato senza controllare. Anche questo può succedere. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. E in tal caso sarebbe una forma di perseveranza non indifferente.

In tutti gli scenari, non posso dire che “è colpa di Uber, nel senso che non è Uber a muovere le mani dell’autista. La colpa di questa storia è da attribuirsi all’autista, che ci ha solo fatto perdere tempo, energia (non solo quella elettrica dei telefononi, ma anche quella mentale, che garantisce cose come la pazienza) e soldi (sperava). Ma, volendo essere obiettivi, la responsabilità del tutto è solo di Uber inteso come servizio in sé, dato che è Uber che permette ad Adbul (in questo caso) di essere un suo autista e di essere reperibile, anche se questo, poi, non è in grado di raggiungere una data zona, nonostante tutte le tecnologie di cui disponiamo. È la somma di più cose, probabilmente.

Detto questo, Uber entra a tutti gli effetti nella lista delle cose che non possono proprio entrare nella mia vita. La lista è lunga, e si aggiorna spesso con cose nuove e moderne, che per una repellenza innata non riesco proprio ad usare, per quanto possano essere comode o “migliori” di quanto già non si abbia. Nel caso di Uber, come in molti altri, ho solo potuto confermare un pregiudizio.