Abituarsi agli “endorsement”

È arrivato finalmente il giorno delle votazioni nel Regno Unito, ed una buona parte della popolazione si sta recando nelle varie Polling Station per lasciare la propria preferenza. Queste sono considerate le votazioni più incerte del regno, tant’è che i due maggiori partiti sono dati quasi alla pari, e si pensa si arriverà ad una situazione di hung parliament, ossia bisognerà creare delle coalizioni per stare al governo.

Tuttavia, c’è ancora una cosa di cui parlare, ossia gli endorsement. Letteralmente, questo termine vuol dire appoggio, sostegno, e nel campo politica indica appunto il sostegno ad un candidato o ad un partito. È una cosa molto sentita dalla popolazione, tant’è che in alcuni volantini elettorali che arrivano a casa via posta è espressamente scritto di attaccarli alle finestre per mostrare la propria preferenza (vicino casa, è un tripudio di “I’m Voting Labour” alle finestre). Insomma, non si assiste ai soliti e numerosi “santini” più o meno grandi attaccati ovunque, ma al massimo si vedono dei fogli, più o meno grandi, su porte, finestre e vetrine, accompagnati da magliette, spille e abbigliamenti “caratteristici”. Chi vota, si riconosce.

In Italia siamo abituati a manifestazioni di piazza con bandiere, colori, sciarpe e quant’altro. Tuttavia, difficilmente si vede un foglio/adesivo con scritto “Io voto PD/PDL/M5S/Ecc” attaccato alle nostre finestre/porte, e così anche una spilla alla giacca, anche se poi, nel dialogo, siamo tutti abbastanza propensi a parlare del nostro pensiero politico.

La particolarità degli endorsement britannici invece risiede altrove. Qui infatti, anche i quotidiani prendono una posizione esplicita, e sostengono un candidato a primo ministro. Una buona parte dei giornali dunque appoggia direttamente un candidato, scrivendone un articolo e spiegando perché la popolazione lo dovrebbe preferire ai vari avversari.

Parlando dei più importanti, Il Financial Times, l’Economist e (stranamente) l’Independent si sono schierati a favore dell’attuale primo ministro David Cameron, il Guardian si è schierato a favore di Miliband, mentre il The Express congilia di votare l’UKIP. Insomma, i giornali sono (molto più che in Italia) schierati a favore di tizio o caio. Le testate vengono quindi interamente identificate come giornali “di destra” o “di sinistra“, e di conseguenza si crea una netta divisione tra i lettori.

Pensate a come sarebbe se in Italia non esistessero grandi testate sostanzialmente neutre. Si, è vero, anche i grandi quotidiani (e i loro direttori) hanno degli orientamenti precisi, ed esistono anche testate palesemente di parte. Tuttavia, non leggeremo mai (spero) su Repubblica o sul Corriere della Sera cose tipo “ecco perché dovresti votare Tizio” o “perché non votare Caio” o “l’alternativa è Sempronio“, se non come forma di semplici editoriali. E non lo leggeremo mai neanche su altri giornali, più viziosi.

Ma qui funziona in modo sostanzialmente diverso. Se pensiamo che solo nel bel paese i politici si impegnino per spararla più grossa, ci sbagliamo di grosso. Qui il dibattito politico si basa su affermazioni e argomentazioni molto deboli, che tuttavia fanno molta (moltissima) presa. Ed il parere di grandi testate o di attori famosi conta moltissimo. Questa situazione genera un duplice effetto: da una parte, c’è chi sa già chi votare, che dunque vede le sue idee rafforzate da pareri “autorevoli”, dall’altro lato invece c’è chi è indeciso, e che dunque può, in base alla sua logica, discerne tra le varie sparate ed approciarsi a quella per lui più plausibile.

Insomma, l’nnesima stranezza delle elezioni politiche qui nel Regno Unito. Pensate che ci sono anche dei volontari che girano porta a porta, e si appostano vicino a supermercati e negozi, per chiedervi il numero della scheda elettorale (ed ovviamente, anche di andare a votare). Dandogli il numero, i volontari controlleranno se l’elettore è andato a votare oppure no, e nel secondo caso potranno fare pressione (anche fino a qualche minuto prima della chiusura dei seggi, telefondandogli o di persona) per convinverlo ad andare al seggio per esprimere la sua preferenza. In questo modo, non si sa per chi ha votato l’elettore, ma si sa solo se si è recato al seggio o meno.

Tutti fanno endorsement, in modi più o meno spinti. Mi viene da pensare che è così solo perché vogliono che voti una buona parte della popolazione, magari perché comprendono (più di altri) l’importanza del voto. Anche se vedere un’intera testata giornalistica schierarsi per un candidato, mi fa estremamente strano.