Il problema degli sfratti, a Londra

Direttamente da Sweets Way, Barnet

Tornando dal lavoro, noto un grandissimo lenzuolo steso su un “grattacielo” (un palazzone enorme con più di 30 piani), con un’enorme scritta: “STOP THE EVICTION”. Pochi giorni prima, nei pressi del Burgess Park, si è tenuta una manifestazione a favore delle persone sfrattate o sotto sfratto, e si è invitato queste persone a porre dei manifesti fuori le “loro” case. Tutto il SouthWark si è letteralmente riempito di cartelli e lenzuoli simili, e così tanti altri quartieri di Londra.

Sotto questo aspetto (uno dei tanti), Londra è un paradosso: il centro della città conta moltissimi appartamenti inoccupati (affittati ma lasciati letteralemente chiusi e vuoti), mentre i vari quartieri attorno al centro, sopratutto in Zona 2 e 3, sono “sovraffollati”. Il caso ha voluto che assieme a me fosse presente anche un mio nuovo amico, che alla mia richiesta di informazioni mi ha risposto: “My friend, I’m a squatter!“.

L’idea di entrare in una casa occupata a Londra mi ha fatto subito gola. Una realtà che già conosco abbastanza bene in Italia, e l’invito non si poteva assolutamente declinare.

Sostanzialmente, esistono due realtà: le social house e lo squatting.

Le social house sono grossomodo delle comuni moderne. Sono case legalmente affittate, ma aperte a chiunque abbia problemi a pagare un affitto completo o si trovi sotto sfratto. Ogni social house è gestita in modo diverso, c’è chi affitta stanze o posti letto a prezzi minimi ed accessibili, c’è chi non chiede denaro ma servizi (ad es. la pulizia del giardino, una verniciata e così via), e, a quanto mi dicono, c’è anche chi non chiede proprio nulla in cambio. È un fenomeno abbastanza tollerato.

Lo squatting invece consiste nell’occupare abusivamente un edificio. È un problema abbastanza comune anche in Italia, e sostanzialmente si svolge con le stesse modalità: si individua un edificio abbandonato o inoccupato, ci si irrompe e lo si occupa. Spesso, gli squatters tendono a formare delle più o meno piccole comunità, simili alle social house, motivo per il quale queste sono un po’ malviste. A differenza delle social house però, lo squatting è un movimento politicamente indirizzato, fedele all’anarchismo. Non è raro leggere cartelli con scritto: “Property = Theft“.

In realtà il problema riguaderebbe anche gli affittuari il cui contratto è al termine, e non lo potranno prolungare per vari motivi, dovendo dunque trasferirsi di volta in volta. Eppure, a quanto mi dicono, questa è la fetta minore.

Si compie dunque la mia prima visita a degli squatters. Una bella casetta ad un piano, ovviamente in mattoni rossi, molto semplice e senza troppe pretese di comfort o spazi. Fuori dalle finestre i classici cartelli contro gli sfratti, ma non vedo il simbolo degli squatter, ne tanto meno le classiche A cerchiate. Mi spiegano che dentro non sono tutti anarchici, e che quindi basta solo il cartello contro gli sfratti.

In dentro vivono in 11, la maggior parte sono Portoghesi. Negli ultimi anni, il Regno Unito ha subito una forte immigrazione dai paesi Europei, ed ora sta cercando una soluzione per limitare l’ingresso di nuovi migranti. I flussi più grandi provengono dai paesi fortemente colpiti dalla crisi, come Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e così via. Il grande numero di persone che arriva si traduce in problemi abitativi: non è affatto raro trovarsi in case “sovrabitate”, ossia con 3 persone dichiarate ma 8 effettive. Anche questo è un fenomeno tollerato ma non proprio legale.

La casa è insolitamente ordinata, pulita ed organizzata. Ognuno ha i suoi “spazi”, non sono appesi quei fastidiosi foglietti con i turni per pulire il bagno o la cucina. Insomma, organizzata bene e funzionale. Mi spiegano che, grossomodo, si conoscono tutti. Quelli del Portogallo sono amici di vecchia data, e si sono integrati bene con gli altri ragazzi. Mi fanno sedere, mi offrono del caffé (solubile), e iniziano spontaneamente a parlarmi della loro vita.

I discorsi sono gli stessi che sentiamo in Italia. Basta sostituire la parola “Italia” con “Portogallo”. Non c’è lavoro, non c’è prospettiva, pochi soldi, nessuna pensione, politica per i fatti suoi ecc. ecc. Qui invece lavorano tutti, al minimo sindacale. E nonostante ciò, non riuscirebbero a pagarsi un affitto completo. Un affitto per un’intera casa può variare dalle 1.500 alle 3.000 sterline (in Zona 2, poi dipende da decine di fattori), ed uno stipendio medio, per 40 ore settimanali, è di poco più di 1.000 sterline. Aggiungendoci i costi di bollette e spese, resta poco.

La loro logica è semplice e lineare: io guadagno 1.056£ al mese, ma la casa vicina al mio posto di lavoro costa troppo. Potrei affittarne una più lontana, ma spenderei di più in trasporti. Che fare? Ne occupo una. Si pagano le bollette, ma non l’affitto. Non possiamo permetterci di campare con circa 200£ al mese. Lo so, è un ragionamento che farà storcere il naso a molti. Anche perché in molti riescono a campare nelle stesse condizioni.

Una sostanziale differenza rispetto all’Italia, risiede proprio nel fatto che queste persone non solo lavorano, ma prendono anche uno stipendio minimo definito per legge. Eppure, lamentano dei problemi a potersi mantenere. E non sono solo giovani, ma anche gente adulta, spesso con famiglia e figli a carico. Anche qui c’è sicuramente chi sfrutta la situazione semplicemente per non pagare l’affitto, anche se potrebbe. E non sono in pochi ad ammetterlo: c’è chi lo dice con movente polico (o presunto tale) e chi invece lo dice con assoluta leggerezza.

Ma come funzionano gli sfratti? Beh, nella maggior parte dei casi funzionano a forza, letteralmente. Sia che stia scadendo il contratto d’affitto, sia che si tratti di squatters, viene effettuato un notice, che avvisa entro quale data lasciare la casa. Non c’è un numero di giorni prefissato per dover lasciare la casa: questo può variare da un tempo immediato (stasera, domani) a più di un mese di tempo. Se l’inquilino decide di non lasciare l’abitazione, si avvierà un tempo di tolleranza, stabilito di volta in volta in base al caso. Al termine del tempo di tolleranza, si procederà ad una “rimozione forzata” degli inquilini. Nel caso degli squatter, i tempi sono più stretti.

Ma come fanno allora a restare nella casa occupata? A quanto pare, il proprietario dell’immobile non avrebbe fatto il claim per sfrattarli. Insomma, gli è andata di culo, fino ad ora. In altri casi, ho sentito che un proprietario può addirittura mettersi d’accordo con gli abusivi, e lasciarli vivere a patto di non fare danni e di non disturbare il vicinato. Non l’avrei mai detto.

Sarebbe stato bello parlare di politica, di ideologie, del concetto di proprietà e quant’altro. Ma dopo le storie di 11 persone, e i relativi aneddoti sui vari paesi di provenienza, s’è fatta sera. Vado dunque per casa, a godermi ciò che resta del mio giorno libero pensando alle migliaia di situazioni che mi circondando.

E, nel tragitto verso casa, mi fermo a prelevare i soldi dell’affitto, sentendomi un po’ fortunato e un po’ fesso.