The Education of Sonny Carson (1974)

Lo volevo vedere da tempo. Ed ora che sono a Londra, e tutti mi ripetono di quanto sia importante vedere e leggere cose in Inglese, me ne sono ricordato. Un vecchio film autobiografico, ma probabilmente uno dei primi a parlare non solo della condizione dei neri, ma anche delle “rivalità interne” tra i vari gruppi. Un film su un personaggio controverso, ma che rende bene l’idea di come si sia cresciuta un’intera generazione di persone.

Forse esistono due tipi di “film neri” ampiamente conosciuti dal pubblico: quelli gangsta e le commedie. Certo, c’è anche il genere misto proposto da Lee, serio e divertente allo stesso tempo, ma questo non si posiziona in nessuna di queste categorie. Questo sta a parte.

Una cosa che contribuisce, a mio parere, a rendere questo film così interessante, è sicuramente il suo background umano. Chi ci sta dietro. Sonny Carson fu un importante e controverso attivista, sostenitore del potere nero e dell’afrocentrismo. Diede vita a numerose manifestazioni, alcune ancora oggi ricordate come “anti-bianchi“, e fu attivo contro l’uso della droga (principalmente del crack). Operava in Brooklyn, dove visse fin dalla nascita. Nel 1972 scrisse la sua autobiografia, che nel 1974 venne tramutata in film.

Come ci sono arrivato a lui? Semplice, tramite il figlio, ossia Professor X, un noto rapper dei primi anni ’90, noto per i suoi testi politicamente ed etnicamente attivi. Se non ne conosci neanche una canzone (sua o dell’X Clan), c’è da recuperare. Ma torniamo al film.

La trama del film, essendo una biografia, è facilmente intuibile: si parla della vita di Carson, e di come divenne un attivista ed un convinto sostenitore del nazionalismo nero. Si parte dalla sua infanzia, a Brooklyn, e del suo travagliato rapporto con la galera. Finisce dento per la prima volta a 13 anni, dopo un furto di cibo e denaro compiuto assieme a degli amici. Resterà dentro per soli 3 mesi, vista l’età. Tuttavia, il lasso di tempo è sufficiente per farlo entrare in contatto con il leader di una gang nota come i The Lords, alla quale si unirà una volta fuori di prigione. Come in ogni storia del genere, c’è anche una gang rivale, The Tomahawks, e le battaglie tra i due gruppi sono più che frequenti. A seguito di questi scontri, piuttosto violenti, finirà nuovamente nelle mani della polizia.

L’attivismo di Carson inizia a denotarsi proprio a seguito di questi arresti. Dopo una serie di scontri, Carson viene condotto al commissariato per essere interrogato, venendo picchiato e minacciato nonostante stesse dicendo il vero. Viene comunque rilasciato. Dopo qualche tempo, durante un nuovo scontro (appositamente organizzato), un compagno della sua gang viene ucciso da una coltellata. Senza un soldo, Carson rapina un giovane per poter comprare dei fiori da portare al funerale, e viene nuovamente beccato. Lo stesso poliziotto che lo aveva picchiato e interrogato lo incatenerà al muro, e lo colpirà nuovamente, picchiandolo quasi fino ad ucciderlo. Una volta liberato, Carson cerca di colpire il poliziotto, ma fallisce, cadendo a terra stremato, e subendo ulteriori percosse. Finirà nuovamente in cella.

Un fattore di non poco conto è l’aspetto familiare. Carson non ha alle spalle una situazione estremamente difficile (non è orfano, ed i suoi hanno un lavoro ed una casa), tuttavia la sua appartenenza ad una gang risulta essere più forte. Importantissima la scena dove il padre va a trovarlo in prigione, per l’ennesima volta, e non ha la forza di guardarlo negli occhi. Una scena quasi straziante, dove lui continua a ripetere “Papà… Papà… Papà…” singhiozzando, finché questo non alza lo sguardo, poggiando le mani sul vetro. Il punto di rottura. Durante la sua ultima permanenza in carcere, vedrà morire il suo amico Willie (conosciuto nel carcere da piccolo), buttato già da 3° (o forse 4°) piano da due guardie. Con lui, morirà anche l’appartenenza di Carson alla gang.

Anche la scena dove viene scarcerata è di incredibile rilevanza. Gli verrà chiesto se si reinserirà nella società, se si trover un lavoro, se starà alla larga dal crimine, se sarà un buon padre (domande alle quali risponde con “Yes I Can“). Ad un certo punto, gli verrà detto che a queste condizioni gli verrà concesso il privilegio della libertà. Li sbotta. Privilegio? Dopo che ho scontato tutta la pena, giorno per giorno, la libertà è ancora un privilegio? Qui inizia il Sonny attivista, non per una gang, ma per i suoi diritti. Se ne andrà chiamando tutti “white ass faggot“. E sarà libero. Uscito dal carcere però, non lo aspetta una bella sorpresa. La sua ragazza è devastata dalla droga. È irriconoscibile. Lui gli chiederà più volte “do you need this?“, senza ricevere quasi mai risposta. Non potrà farci nulla. Gli resta solo la sua famiglia, che lo accoglierà a braccia aperte.

Il film, di per se, è pieno di scene musicali, intermezzi e riflessioni. È fatto abbastanza bene, e le interpretazioni degli attori sono più che valide. Il personaggio di Carson è spontaneo e reale, ed il film rende bene le emozioni che vuole passare. Va sempre considerato che si tratta di un film degli anni ’70, finanziato con appena 1 mln di $.

Ma a renderlo più che altro interessante, è la figura di Carson in se. A parte le scene prese dal film, la vita di Carson è anche molto altro. A suo stesso dire, divenne un attivista durante la Guerra di Corea, alla quale partecipò. A farlo riflettere fu una frase, dettagli da un soldato coreano: “Why would a black man fight for a country that would not let you drink from the same water fountain in Mississippi?“. Tornato alla vita da civile, si diede da fare per fondare molti gruppi di sostegno e di attivisti, a favore della gente di colore. Tuttavia, la sua vita continuò nell’illegalità, finché non venne nuovamente incarcerato per via di un rapimento. A seguito, fondò ulteriori movimenti, si fece promotore di numerose battaglie per la sua gente. Ma resta sempre una figura borderline.

Potremmo dire che Carson fù un paradosso, tipico di quegli anni di rabbia ma anche di illegalità. Avete presente quelle persone di colore che, ancora oggi, se una cosa non si fa a modo loro, ti chiamano razzista? O se ne escono con la frase-clichè “Questo perché sono di colore?“. Personalmente, mi sono trovato in questa situazione, e non è per niente piacevole. Carson probabilmente era una persona del genere, frontalmente attiva per i diritti (che ancora mancavano), ma con tutti i suoi scheletri nell’armadio. Un paradosso, tipico di quegli anni.

Ciò non toglie importanza alla sua storia. E questo film rende molto bene la situazione, l’ambiente e l’aria che si respirava. Per quanto sia autobiografico, per quanto racconti una singola storia in degli anni dove storie simili (migliori e peggiori) se ne sentivano a bizzeffe, è un film che merita, è che, personalmente, ritengo vada visto, sopratutto da chi ne vuole sapere qualcosa in più. Resta un film cardine di quel periodo, del movimento nero, ed una pietra miliare per tutti gli appassionati di musica rap (in quante canzoni è stato samplato il discorso che fa il giovane Carson quando vuole entrare nella gang? Pff… non si contano).

Potremmo vederlo come una chiave, che spiega a modo dove nacque il senso d’appartenenza alla strada, che porterà a degli anni bui e malsani, di violenze, degrado e abbandono. Gli anni che, paradossalmente, quasi quanto Carson stesso, portarono poi alla rivalsa, alla ribalta, lenta ma graduale. Un film che, probabilmente, è la genesi di tutti i film neri sulle gang, un progenitore, un prototipo. Insomma, da vedere.