Il problema sono i commentatori anonimi?

Sebbene la questione viene discussa sin dagli albori della rete, nell’ultimo anno la questione dei commentatori anonimi si è fatta parecchio sentire. Sono molti i siti (sopratutto di quotidiani, giornali e riviste) che nel corso del 2014 hanno limitato o addirittura chiuso le proprie aree commenti, spesso a seguito di segnalazioni.

Il motivo, apparentemente, è semplice: senza un adeguato metodo di riconoscimento, gli utenti si sentirebbero protetti, ed userebbero toni volgari e frasi offensive nei centinaia di migliaia di commenti in calce alle notizie del giorno. Per verificare questa tesi, fino a non molto tempo fà sarebbe bastato aprire un articolo a caso pubblicato su Il Fatto Quotidiano, dove la sezione dei commenti era simpaticamente rinomata come “lo scannatoio“.

Così come Il Fatto (preso di riferimento solo perché praticolarmente conosciuto), anche tantissimi altri siti più o meno grandi. Ed anche altri siti dove i toni non erano poi così terribili.

Ma, come detto prima, il motivo è apparentemente semplice. Solo apparentemente.

Un pratico esempio per smentire questa tesi ci viene fornito proprio dai social network, in particolare da Facebook e Twitter (sopratutto il primo). In questi siti le persone, mostrando nome cognome e foto, non si risparmiano nulla. Che siano insulti e lamentele a random sulla pagina Facebook del proprio comune, in una pagina pubblica, o anche come commenti esterni su altri siti (com’era sulle pagine dell’Unità), i commenti “sgradevoli” arrivano sempre. Puntuali ed in gran quantità.

Un’ipotetica identificazione sarebbe una misura inutile e dispendiosa. Pensate a quanti siti dovrebbero implementare un sistema del genere. Per ottenere poi cosa? Una serie di utenti bannati o impossibilitati a scrivere? Un gioco che non vale proprio la candela. Allora qualcuno ha ben pensato di proporre una soluzione inversa, ossia definire delle sanzioni per i commenti offensivi. Identificare servirebbe dunque per poter sanzionare chi “parla a vanvera”. E quando si parla di soldi, le soluzioni sembrano sempre più interessanti.

Ma… esiste un vigile che si apposta nei pressi di un bar per multare tutti coloro che sbraitano ed insultano mentre parlano di politica? O di calcio? O della qualunque. Ovviamente, no. La libertà d’espressione consiste anche in questo, ossia poter parlare male di qualcuno. Il problema si pone quando si esagera, si va oltre, arrivando ad insulti pesanti e a minacce (che poi bisognerebbe sempre calibrare e contestualizzare).

Oggi come oggi, dichiarare “i politici sono tutti ladri” è normale. Pensare che sia immorale o ingiusta una cosa del genere, vuol dire vivere nel mondo degli ndrongoli. Un po’ come le parolacce, che ogni buona nonna non vorrebbe sentire, ma che poi sono di uso quotidiano.

Se volessimo davvero trovare un problema nella questione, questo non sarebbe l’anonimato degli utenti, bensì il fatto che questi siano poco educati (e, spessissimo, largamente ignoranti). Nella quotidianità si tende spesso a massimizzare, sopratutto su temi che non si conoscono. Pensate a quante parole (e gridate) possono nascere in seguito ad un disservizio in posta, su un mezzo pubblico o al comune. La lamentela facile è purtroppo insita nell’uomo, così come l’insulto o la minaccia (si pensi al classico “lei non sa chi sono io“, squisitamente Italiano).

Questo per dire che un utente medio, indipendentemente dal sesso o dall’età, leggendo una notizia tipo tenderà a dare un commento tipo. Una sorta di equazione. Nei commenti riferiti alla “mafia capitale” non leggerai discussioni su legami, intrecci ecc, ma principalmente troverai l’affermazione “tanto si sapeva che i politici sono tutti mafiosi“, scritta in più varianti. C’è chi poi rincara la dose, chi si allarga troppo. Ma è del tutto fisiologico.

Il gestore di un giornale può dunque chiedersi se ha un senso mantenere un’area commenti solo per vederci scritte le stesse cose. E qui il discorso cambia, perché non si tratta più di commenti offensivi, ma solo di commenti. Troppi, e tutti uguali. In genere, sono molte le persone che pensano cose simili, e le dicono senza pensarci due volte. La cosa, in questo caso, è puramente facoltativa.

Certo è che i giornali e le riviste non danno il buon esempio, predilegendo titoli scandalistici e articoletti semplici e strigliati, senza entrare quasi mai nei dettagli. Che area commenti potrebbe avere un giornale come Chi? Non oso immaginarmela. Ma, a parità di malainformazione (e spessissimo vera e propria disinformazione), ci sono tanti altri metodi per capirne di un argomento, di un avvenimento, di una situazione. Ma non tutti hanno il tempo (o la voglia) di mettersi a capire di questo o quello.

Si entra così in una serie di problemi. Non c’è un problema principale dal quale poi dipendono tutti gli altri, ma solo una serie di cause, tutte equamente colpevoli. Ma non bisogna pensare che i quotidiani ed i commentatori siano un ossimoro, proprio perché il commentare una notizia è una cosa del tutto naturale.

È innaturale invece questa situazione nevrotica che si è venuta a creare. Il fatto di scrivere un commento serio e sentirsi rispondere “non capisci un cazzo“, “sei un piddino“, “è arrivato il genio“. Insomma, quelle situazioni che ti fanno passare la voglia di commentare. Così come è innaturale (per certi versi) questa eccessiva massificazione, che tende a sminuire all’inverosimile i discorsi e i concetti.

Se volessi ridurre al limite, il problema non sono i commentatori anonimi, ma i commentatori in se, che mossi da un’ignoranza voluta o subita si lasciano andare a quello che è il tipico comportamento di chi non sa cosa dire. Non so se questo possa essere un buon motivo per limitare (o bloccare del tutto) la possibilità di commentare un articolo, certo è che la sezione commenti del Fatto ha dovuto subire una ridimensionata (che andava fatta, non c’è regionevole dubbio), implementando una pre-moderazione dei commenti.

La pre-moderazione dei commenti può essere una buona, ottima, soluzione. In pochi la prendono seriamente in conto, preferendo sistemi di blocco automatici (della serie, scrivi cazzo e ti blocco tutto il commento). Basterebbe avere una linea da seguire, assegnata ad un gruppo di moderatori, e se ne ricaverebbe anche qualche posto di lavoro. Ma, anche qui, si entra in una serie di problemi e aspetti più pratici che sistematici.

Insomma, la risposta alla domanda è: no. O, per lo meno, non è l’anonimato la causa dei commenti minchioni in rete.