Popolorum Regresso

Per l’ennesima volta, Papa Francesco ribadisce il fatto che “Aver cura per i poveri non è comunismo, è nel Vangelo“, questa volta in seguito ad un’intervista per un libro. E, come al solito, la stampa in generale da ampio spazio alla “notizia”, continuando ad ingigantire l’immagine volutamente sbagliata di questo pensiero politico e sociale. Quasi come a “rassicurare” i fedeli che non si fa nulla di male.

Questa volta si tira in ballo il Popolorum Progressio, un’enciclica del 1967 con diverse critiche mosse sia al capitalismo che al Marxismo, riferendosi ad un passo particolare, ossia: “La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario.“. Un concetto condivisibilissimo, ma che oggi fa storcere il naso a molti. E, sopratutto, un concetto assolutamente inapplicabile alla chiesa in se, dato che proprio la chiesa delle proprietà private in tutto il mondo ha fatto il suo punto forte.

Ma a parte questo. È ovvio che non fù Marx ad inventare il concetto di bene comune, ma non fù neanche Gesù Cristo, ne la Chiesa. Appropriarsi così di un merito, una condizione innata nell’essere umano, equivale a giocare sporco, o quantomeno a tirare acqua esclusivamente al proprio mulino. I vangeli non sono altro che un pezzo di storia, determinato e definito, non certo necessari per comprendere quanto sia giusto o doveroso aiutare chi sta messo peggio di noi. A dimostrazione di ciò, basta pensare che il concetto di “aiutare il prossimo” esiste in tutte le fedi, in tutti i popoli, in tutto il mondo. Non è una proprietà privata, appunto.

Detto questo, l’ultima considerazione. È assolutamente corretto affermare che “avere cura dei poveri” è una peculiarità cattolica. La chiesa ha sempre puntato a dare un aiuto ai poveri, in termini di cibo, vestiti e alloggi, oltre che vie di fuga da situazioni al limite (si pensi alle comunità di recupero). E tutto questo è semplicemente lodevole. Tuttavia, si limita a questo, ad accettare una situazione negativa e a cercare di tamponarla o risolvera, diffondendo nel frattempo il verbo sacro. Può essere un buon compromesso, e sicuramente ha funzionato tante volte.

Il “Comunismo” (parolone enorme, dato che include tante variabili che tutti conosciamo) invece non considera propriamente un aiuto in questi termini, bensì una rivalutazione totale della posizione del povero, che deve essere messo in grado (dallo stato) di poter vivere dignitosamente e senza bisogno di aiuti. È difficile (o per lo meno utopico) parlare di “fine della povertà”, sopratutto coi tempi che corrono, ma sicuramente l’obiettivo risulta decisamente più nobile.

Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà, per guarire le nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi.“, ha affermato il Papa. Perché perdere tempo a cercare di risolvere un problema? Non è forse meglio adeguarsi ad una situazione, ad una struttura, che cercare di combatterla? Per la chiesa, la risposta è sempre stata (e sempre sarà): si.

Non proprio un esempio di principi Cristiani.