Il troppo stroppia

Avrete sentito tutti parlare dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, un giornale satirico francese saltato agli onori della cronaca per via di un attentato e di una serie di minacce subite negli anni passati a causa di alcune controverse vignette raffiguranti Maometto. Sono morte 12 persone, alcune delle quali centravano poco con il giornale.

A voler essere cinici, potremmo dire che la promessa è stata mantenuta. La vendetta era già stata annunciata qualche anno fa, da parte di alcuni gruppi fondamentalisti. E così è stato. È un piatto che si gusta freddo. A quanto si dice, i due uomini che hanno compiuto la strage sono due fratelli, già noti per crimini e attività collegate al mondo del fondamentalismo religioso, appartenenti ad un ramo di Al Qaeda. Per adesso, si hanno solo 12 vittime, persone sostanzialmente innocenti, ed una rivista, che è, paradossalmente, la causa della loro morte.

Si è discusso subito di due cose: fanatismo religioso e libertà di espressione. Tutti i giornali hanno espresso solidarità per quanto accaduto, anche quelle testate che in passato hanno definito Charlie Hebdo come “ripugnante” o “vergognoso”. Ma questa è la solidarietà di classe, un dovere civico. Adesso ci si sta chiedendo, col senno di poi, se è stato giusto pubblicare quelle vignette.

La risposta, secondo me, è ni.

Tra i tanti diritti che abbiamo a questo mondo, c’è anche quello alla libertà di espressione. In molti considerano questo diritto come “la possibilità di dire di tutto su qualunque cosa senza ripercussioni“, ma è una visione piuttosto infantile di un concetto più complesso e articolato. Ci sono molte variabili in gioco, partendo dalla differenza sostanziale tra comuni cittadini e cariche pubbliche, fino al mezzo di diffusione delle proprie “idee”, e così via. Ma facciamo un passo per volta.

Bisogna partire dal presupposto che la pubblicazione di una vignetta, volutamente pesante e provocatoria, non basta per meritare la morte. Non si è fatto del male a nessuno. Certo, un disegno può dar fastidio, ma nulla più. Nella maggior parte delle persone, il fastidio dopo un po’ svanisce, anche perché ormai ci siamo abituati a vivere in un mondo vario. Ma non per tutti è così. C’è chi se la prende. Chi non legge più gli editoriali di un giornalista per via di una singola affermazione. E c’è anche chi arriva ad attaccare fisicamente questo o quel giornalista. In Italia, i casi di giornalisti minacciati e sotto scorta non sono pochi.

La rivista Charlie Hebdo fa proprio questo, punta a dare fastidio. Infastidire prima questo, poi quello, poi tornare su quell’altro e così via. Non è il primo giornale a farlo, ma è il primo a prendere di mira esplicitamente un gruppo di persone non proprio propense a dimenticarsi di un torto. E no, non parlo genericamente di Islamici o Musulmani, ma parlo di un problema che in Francia è presente da almeno 20 anni e più, ossia i fondamentalisti collegati ad organizzazioni terroristiche internazionali. Gente non proprio disposta a comprendere gli altri, a differenza di tutta la brava gente che ha mandato giù il rospo della vignetta blasfema e non c’ha dato molto peso.

La presenza di questi gruppi non deve vincolare la pubblicazione di un giornale. È ovvio. Tuttavia, quando si parla di organizzazioni particolarmente pericolose, bisogna fare due conti in più. Quando si ha a che fare con gente che è disposta a farsi saltare in aria, particolarmente convinta che bisogna vendicare un ipotetico profeta, non si può sperare di fargli capire cosa sia la satira. E questo nella redazione lo sapevano bene, dato che non erano sprovvisti di scorta.

Ma il problema dove risiede? Nella satira? Nelle figure che non vanno toccate? Nel fondamentalismo religioso? Beh… è un mix di elementi. Quando in Sicilia, sul finire degli anni ’70, venne ucciso Peppino Impastato, erano presenti quasi tutti gli elementi citati: le forti critiche del giovane verso la figura che non andava toccata, ossia la mafia, che a sua volta, per via del suo fondamentalismo (non religioso ma sociale), non ha aspettato molto per mettere a tacere il problema. Si optò per la morte del giovane non per via delle sue critiche, e nemmeno per il semplice fatto del parlare della mafia, ma semplicemente per farsi sentire, per affermarsi, per far capire che o ci si fa i fatti propri o si finisce male.

Questa è la logica comune di ogni fondamentalismo, ma anche di ogni dittatura, di ogni potere forte. Questo è lo stesso metodo che usarono i gerarchi nazisti, fascisti e stalinisti. E che usa anche Al Qaeda. Il problema non è tanto la vignetta blasfema, ma l’atteggiamento di sfida. Pensi di essere libero di schernirci? Ti colpiremo all’improvviso, perché siamo in grado di farlo. Per certi versi, è simile al concetto “colpirne uno per educarne cento“, almeno nelle loro intenzioni.

La religione è solo un pretesto per tirare in ballo una larghissima fetta di fedeli, appartenenti a questa o quella popolazione, e sparsi in tutto il mondo, che cercano una sorta di rivalta. Una strumentalizzazione, che però funziona, e che storicamente ha sempre funzionato con tutti i credi (religiosi, politici, ecc.), in ogni angolo del globo.

Non penso si possa dire che se la siano cercata, ma si può sicuramente affermare che hanno deciso (volontariamente) di giocare con il fuoco, e che sono rimasti scottati, anzi, ustionati. Questa libertà di espressione da sempre costa la vita a chi vuole diffondere per forza il suo parere, spesso anche in modo sgarbato e vizioso. E qui, giriamo la medaglia per analizzarne l’altra faccia.

Se la libertà d’espressione ci ha permesso di scoprire la verità su moltissimi avvenimenti, rivalutare e riscrivere innumerevoli passi storici, riconsiderare pratiche, eventi e opinioni, c’è anche chi di questa libertà ne ha fortemente abusato, rimanendo borderline tra il lecito e l’illecito. Un esempio ci viene fornito da un’altro bersagli annunciato di Al Qaeda, Terry Jones, quel prete che qualche anno fa voleva bruciare un Corano. Lui stesso parlò di libertà d’espressione, e molti gli diedero ragione, ma in pratica non è tanto la manifestazione di una propria libertà, bensì la manifestazione di un’intolleranza. Una dichiarazione di odio, o di guerra. Anche il recente film The Interview rientra in questa categoria, ma ne parlerò meglio in un altro post.

La rivista Charlie Hebdo si posizione anche al limite. Non ha un solo bersaglio, ma tanti. Offre una satira spesso pesante, squallida, volutamente provocatoria e scandalistica. Si pensi alla copertina dove Dio, Gesù e lo Spirito Santo si inculano a vicenda. Una forma di satira che va presa con le buone.

In questi anni, la rivista è stata fortemente criticata da altre testate. In molte si sono rifiutate di postare le vignette per intero. Eppure, oggi, per una sorta di solidarietà di classe, di senso civico, tutti si sono schierati dalla sua parte. Perché? Probabilmente perchè è più importante essere liberi di screditare che morire per aver parlato male di qualcuno. Opinione del tutto condivisibile, ma che di per se è una enorme ipocrisia dei nostri tempi.

Le testate, i quoitidiani e le riviste hanno paura a pubblicare determinate cose per via di possibili ritorsioni. Succede quotidianamente. Che si tratti di segreti di stato, informazioni riservate o semplici attacchi verso tizio o caio, si cerca sempre di essere il più moderati possibile, perché a “qualcuno” potrebbe non andar giù un tono, una frase, un’espressione. La sorte del giornale “L’Ora della Calabria” potrebbe insegnare qualcosa sul tema.

Ma Charlie Hebdo non è un giornale, fa satira. Anche qui si potrebbe discutere molto su cosa sia la satira, su quali siano i suoi limiti e così via. Il poblema di fondo resta lo stesso da sempre: puoi avere tutte le libertà di questo mondo, ma comanda chi ha il coltello dalla parte del manico. E lo può avere un terrorista, un criminale, certo, ma spesso lo ha anche l’autorità, lo stato, e così via.

Oggi, tutti si sentono Charlie. Partono slogan, manifestazioni, hashtag. Beh, io non mi sento Charlie. Non mi identifico in chi pretende che tutti apprezzino il cattivo gusto. Non mi identifico in chi pensa di vivere in un mondo dove si può fare o dire quello che si vuole senza subire conseguenze. Non mi identifico in quella “sinistra libertaria e progressista” che fa di insulti e sfottò la principale bandiera. Non mi identifico in chi considera la libertà d’espressione come la possibilità di insultare qualcuno. E potrei continuare.

Per questo la risposta è e resta ni. È giusto che ognuno sia libero di pubblicare, dire e scrivere quello che vuole, per carità, ma è altrettando giusto prendersi le proprie responsabilità. La storiella del “dire e fare quello che si vuole senza ripercussioni” forse (e solo forse) potrebbe funzionare in un mondo utopico dove tutti comprendono i punti di vista di tutti. E noi, da secoli e per secoli, ci troviamo a vivere in un mondo che è l’esatto opposto, dove non ci si comprende a vicenda. Non lo si fa nei rapporti “vicini”, tra partner o in famiglia, figurarsi il resto.

Non c’è nessuna morale in questa favola, solo un gioco di fastidi reciproci.