“Rebellious Scots to crush”

Corteo indipendentista (foto da liebenfels.com)

Come saprete, il 18 Settembre 2014 si terrà il referendum indipendentista Scozzese, un traguardo importante per tutti gli indipendentisti, e per chi, da sempre, ritiene che la Scozia debba essere uno stato a se. Non voglio sbilanciarmi, tantomeno fare pronostici. Tuttavia, giusto per rinfrescare (sinteticamente) la storia moderna, è bene ricordare che lo Scottish National Party (SNP, principale promotore del referendum) venne formato nel 1934, e già da allora promuoveva la divisione dal resto del Regno.  Nel 1979 l’SNP cercò di ottenere un Parlamento Scozzese, sempre tramite referendum, ma l’affluenza fù bassa: ci riuscì però al secondo tentativo, nel 1997. Nel 2011 il partito vinse le politiche, affermandosi come principale partito del Parlamento Scozzese. Già nel 2012 si sancì il referendum che si terrà tra qualche giorno. Se dovesse vincere il “Si”, la Scozia sarà indipendente dal 2016, anche se si ritiene una stima ottimistica.

L’idea di Scozia Indipendente però non è una cosa dei giorni nostri. Sebbene Scozia e Inghilterra siano unite da oltre 300 anni (dal 1706, anche se di fatto dai primi del 1600, con l’unificazione delle case reali), la rivalità che scorre tra i due è ben più antica. La Prima Guerra d’Indipendenza Scozzese avvenne nel Basso Medioevo, e tutti conoscono (più o meno) la battaglia di Bannockburn o la figura di Wallace, resi celebri dal famoso film Braveheart. Insomma, si parla di un vecchio sentimento, ancora attuale a quanto pare.

Tra tutti i discorsi che si sono fatti in questi giorni, c’è una piccola curiosità nascosta e dimenticata, che merita sicuramente di essere conosciuta.

La frase God Save the Queen la conoscono tutti, e si sa anche cosa vuol dire letteralmente. Con questa frase si identifica anche l’Inno Nazionale del Regno Unito, in uso non solo in Inghilterra, ma in tutte le nazioni del Commonwealth. Partiamo subito con una curiosità, la parola Queen era interscambiabile, e poteva essere anche King, in base al regnante di turno. Di fatto é  l’inno più antico di tutti: é in uso ufficialmente dal 1745!

Ovviamente, nel corso del tempo le cose cambiano, e spesso succede che anche gli inni nazionali subiscano delle modifiche o delle storpiature nel corso degli anni. Basti pensare al nostro Inno di Mameli, che aveva una strofa in più (dedicata alle donne) mai inserita nel testo ufficiale. Ma nel caso dell’inno del Regno Unito c’è un verso, poi rimosso, che rappresenta bene il clima di tensione che i due popoli vissero.

Nell’Ottobre del 1745 la rivista Gentleman’s Magazine pubblicò per la prima volta il testo di God Save the Queen, che sarebbe poi diventato l’inno del Regno Unito. Era un periodo complesso, con un forte sentimento anti-giacobita (i Giacobiti erano coloro che rivolevano gli Stuart a regnare su Inghilterra, Scozia e Irlanda), ed era anche un periodo di esplorazione. Dopo l’unificazione del regno, il generale George Wade venne incaricato di esplorare le nuove terre annesse, e di costruire le infrastrutture necessarie. Siamo nel 1724, e le opere di Wade vengono ricordate ancora oggi come grandiose. Wade partecipò anche alla Battaglia di Culloden, proprio contro i Giacobiti in rivolta, anche se poi venne sostituito dal Duca di Cumberland, che riuscì a vincere sui Giacobiti nel 1746.

Wade rimase comunque una figura di riferimento, tant’é che venne onoratto addirittura con il 6° verso dell’Inno del Regno Unito, che oggi non esiste più. Fino alla revisione del testo nel XX Secolo, l’inno si concludeva con:

Lord, grant that Marshal Wade,
May by thy mighty aid,
Victory bring.
May he sedition hush and like a torrent rush,
Rebellious Scots to crush,
God save the King.

O, se lo preferite in Italiano:

Signore, fa’ che il Maresciallo Wade,
possa con il tuo potente aiuto
ottenere la Vittoria.
Possa egli soffocare la sedizione e come un torrente travolgente,
schiacciare i ribelli scozzesi,
Dio salvi il Re.

Insomma, le ostilità tra i popoli non erano di poco conto: gli Scozzesi volevano rimanere indipendenti, mentre gli Inglesi volevano inglobare tutto il territorio dell’isola Britannica. E non solo. La tendenza coloniale degli Inglesi è cosa nota: il loro impero fù uno dei più estesi al mondo, e comprendeva più stati in ogni continente. Come la storia ci insegna, la politica coloniale non era fatta di te e pasticcini, ma di scontri e battaglie. Nel corso del XX Secolo (principalmente nella seconda metà), l’Inghilterra perse la maggior parte delle sue colonie, mentre alcuni stati giurano, ancora oggi, fedeltà alla Regina. E se ci sono stati esempi eclatanti che ottennero l’indipendenza (come l’India), anche con la forza (come l’Irlanda), esistono anche luoghi del mondo che, con forza, vogliono restare sotto la bandiera Inglese (vedere il referendum alle Falkland/Malvinas).

Definire l’appartenenza non è una cosa semplice. In Italia spesso si fa confusione parlando di secessionismo Padano, ma quello in realtà è più un regionalismo (prurito di culo). Un esempio nostrano sui generis, sempre parlando a grandi linee, può essere rappresentato dalla Sardegna, non perché isola, ma in quanto le diversità della popolazioni in usi e costumi, oltre che lingua e storia, è palese. Ma questo è un altro discorso. E’ anche vero che oggi il concetto di appartenenza è cambiato rispetto al passato, e i canoni per definire da quale parte si sta non possono essere quelli del  secolo scorso. D’altra parte, sappiamo bene che certe volte è meglio fare buon viso a cattivo gioco: l’indipendenza, per certi versi, si è ridotta ad una semplice battaglia amministrativa. Non garantisce, insomma, l’uscire da un sistema, quello economico capitalista, che ti spingerà, sempre e comunque, ad essere dipendente da qualcuno.

I sondaggisti prevedono la vittoria del Si. Gli scenari sono tanti, dalla scelta di repubblica o monarchia, dalla semplice divisione amministrativa all’annessione del neostato nella UE, dalla moneta da usare al passaporto, fino alla scelta dell’inno nazionale. Una serie di cose che sono sempre secondarie all’esito del referendum. Gli Scozzesi potrebbero nuovamente tornare indipendenti, ma la popolazione potrebbe anche decidere di restare in questo modo. A tal proposito, i pensieri migliori di cui tener conto sono due: o si tiene conto di quello che ha detto la Regina Elisabetta, che ha consigliato agli Scozzesi di “riflettere” (azione che andrebbe fatta in entrambi i versi), o si tiene conto delle profetiche parole di Willy.

Alla fine, la Scozia si trova ad un bivio, e qualunque strada prenderà, dovrà tener conto dei tempi che corrono. O riuscirà a fare, o soccomberà. In entrambi i casi. Chi vivrà vedrà!