Le “nuove mode” post parto

Tempo addietro mi sono imbattuto in un articolo sul Corriere, dove si parlava di frullati e pillole fatte con la placenta. L’articolo inizia bene, affermando senza troppi giri di parole che “Mangiare la placenta è l’ultima moda in voga fra le neomamme.“. Il 90% delle persone che hanno letto l’articolo si sono definite scioccate. In genere, gli articoli a metà tra il gossip e le tendenze del momento non mi interessano molto, ma in questo caso non ho potuto fare a meno di notare la scarsa conoscenza del nostro passato.

Prima di cominciare, vi invito a osservare una placenta, giusto per capire com’è fatta. Se avete già avuto uno o più incontri con questo organo, passate pure avanti. Se siete sensibili, e le foto di organi interni vi impressionano, sappiate che la placenta è un organo temporaneo, che si genera durante la gravidanza e viene espulso dopo il parto. Serve per far comunicare la madre ed il nascituro, favorendo scambi tra i due corpi. E’ essenziale per la crescita del feto. Potremmo descriverla come una sacca.

Se vi sembra assurdo che le neo mamme del nuovo millennio facciano certe cose, vi sembreranno ancora più assurdi i riti del passato dedicati alla placenta, alcuni andati avanti fino a non pochi anni fa. Un buon punto di partenza ci è offerto da un libro del 1959, Sud e Magia, di Ernesto de Martino. Un libro importantissimo per chi vuole riscoprire usi, tradizioni e credenze del passato. Sebbene il target del libro sia solo il meridione, usanze simili sono ampiamente diffuse e documentate anche in altri luoghi, presso altre popolazioni con storie e culture assolutamente diverse dalla nostra. Questo a significare l’importanza che si attribuiva a questo organo. Si pensi inoltre alle innumerevoli ricette che hanno preso il nome di placenta, dolci e salati.

Il libro di de Martino introduce il discorso sulla placenta parlando della fascinazione, l’affascino, quello che poi volgarmente (ed erroneamente) si è tradotto in malocchio. In passato, si poteva essere fascinati per qualunque cosa, da chiunque, animali compresi. Si temevano queste cose, si aveva paura di finire affascinati, e particolare attenzione era rivolta alle donne in gravidanza ed alle neo mamme: questa forza maligna poteva addirittura bloccare una gravidanza o far morire il neonato! Se la creatura veniva al mondo, vi erano una serie di rituali da compiere, alcuni con valenza sia per il neonato che per la partoriente. Particolare attenzione era rivolta al latte materno, che, a quanto si pensava, era strettamente collegato con la placenta.

Il rapporto placenta-latte è largamente documentato in Lucania.

A Savoia la placenta viene immersa nel fiume più volte, accompagnando il gesto con la formula: “Come si riempie questa borsa d’acqua così si possano colmare questi seni di latte”. La formula va ripetuta tre volte e chiusa con un Pater (Padre Nostro).

A Pisticci cordone ombellicale e placenta vengono fermati con una pietra nel mezzo di un torrente, in modo che l’acqua vi scorra sopra a lungo, e la placenta se ne riempia.

A Viggiano e a Valsinni, per rinforzare l’operazione magica, si potrà staccare qualche pezzetto della placenta abbandonata nel torrente, e preparare un brodo per la puerpera (neonato).

Guardando la placenta nei torrenti, si poteva prevedere la grandezza dei seni delle neomamme, e quindi determinarne la quantità di latte presente. Se la placenta non si riempiva fino alla sua massima estensione, questo era considerato un brutto segno, e ci si aspettava una pericolosa mancanza di latte. Il campione preso in esame da de Martino è confinato alla Lucania (Basilicata), ma pratiche simili erano diffuse ovunque, non solo nel meridione. In Calabria ad esempio, oltre all’immersione nel fiume (elemento ricorrente e comunissimo), pare che la placenta si prestasse bene per tortini e stufati, da servire rigorosamente a madre e figlio (ed in rari casi anche al padre). C’è una leggenda che narra di un suo uso anche negli insaccati! E ancora, pare che questa si facesse seccare al sole, per poi utilizzarla come amuleto, consegnandola direttamente al bambino. Scendendo in Sicilia, la situazione è simile, anche se, a quanto pare, questa veniva usata anche in piatti dolci! Le voci si perdono nei miti, in quanto purtroppo buona parte del nostro passato è stato dimenticato troppo in fretta.

Pare che in nessun caso la placenta venisse sotterrata, sorte che invece toccava a determinate interiora degli animali. Ne tantomeno questa veniva lasciata in un torrente, fino al suo dissolvimento: il legame dell’organo con la madre ed il bambino era inscindibile, pertanto la placenta doveva necessariamente tornare nelle mani della madre. Oltre ad essere un gesto simbolico, di buon auspicio, era considerato anche un dovere.

Possiamo dunque affermare che già in passato era uso piuttosto comune mangiare la propria placenta. Non si può parlare di “nuova moda“, bensì di un ritorno a quelli che erano gli atteggiamenti del passato, ampiamente diffusi e condivisi. Con la modernità arrivò anche una specie di rifiuto per certi usi considerati “arretrati”, e nell’arco di una sola generazione si sono persi. Ed ora, nuovamente si ripresentano (il ciclo delle mode è lo stesso per tutte), ma con un atteggiamento decisamente diverso: prima era un atto intimo, da fare in famiglia, considerato quasi sacro oltre che necessario. Oggi invece è uno di quei gesti che si fa per far parlare di se (e quanti personaggi dello spettacolo ne hanno approfittato), o per farci una foto ricordo da condividere con gli amici.

Se torna di moda un atteggiamento, non è tanto importante vedere la miss di turno che si immortala nell’atto di mangiare/ingoiare una parte del suo corpo, ma dovrebbe essere un punto di partenza per interessarsi a certi usi, oramai non più nostri, ma che ci hanno accompagnato da secoli, se non di più.

Altrimenti, si perde tutto l’aspetto storico e concettuale, finendo così per passare solo come una semplice, stupida, moda passeggera.