Perché si indossano pantaloni lunghi in ufficio?

Siamo entrati a tutti gli effetti in estate, e le temperature si iniziano a sbizzarrire. Oggi (25/06/2014) a KR si sono raggiunti i 34°, contornati da un bel 48% di umidità. Venticello leggero e costante, anche se di aria calda. E se all’ombra o in ufficio non si sta poi così male, capirete che per molti lavoratori (compreso il sottoscritto) indossare dei pantaloni lunghi sia una specie di tortura. Non ho mai capito perché sul posto di lavoro c’è l’obbligo di indossare pantaloni lunghi. O per lo meno, perché ci sia l’obbligo anche in estate! Finora, nella mia mente ho fatto passare questa cosa come una sorta di crudeltà.

Mi sono messo dunque a cercare. Cercare ovunque. Dapprima, chiedendo in giro, ad amici impiegati in ogni tipo di lavoro. Le loro risposte, purtroppo, sono state sconcludenti: “Boo, usa pantaloni di lino o di cotone che sono più leggeri dei jeans, no?“. Qualcuno mi ha detto che è così per legge. Qualcun’altro mi ha detto che è una questione di decoro, dato che i polpacci maschili, con i loro peli, non sono belli da vedere. Sono seguiti consigli di pantaloni e scarpe leggere, a buon prezzo… Insomma, non sarei arrivato da nessuna parte. Mi butto allora in rete, e scopro subito che qualcuno si era posto la mia stessa domanda.

Nell’articolo vengono espressi due punti di vista differenti, che comunque hanno influenzato il modo di vestire un po’ in tutto il globo. D’apprima, viene espresso un concetto che spiega come un indumento più corto, che lascia scoperto la parte inferiore del corpo, tenda a focalizzare l’attenzione dell’interlocutore verso il basso (se avete pensato alle gonne delle vostre colleghe, calmate i bollenti spiriti, ci arriviamo dopo). Insomma, spingerebbe a far guardare le proprie gambe piuttosto del proprio volto. La seconda spiegazione, decisamente più sensata, spiega come i pantaloncini siano visti come indumenti domestici, o comunque da riposo, e dunque non propri dell’ambiente di lavoro. Questo concetto, all’apparenza insensato, è invece un forte ciclo nell’uomo, che in tutto l’arco della sua storia ha usato diversi tipi di indumenti per distinguere operazioni e ranghi.

Dunque, si potrebbe dire che, semplicemente, è una questione di gusto. Qualcuno dice “immagine aziendale“, un po’ come le divise del McDonalds o i grembiulini a scuola. E certo, ci sono lavori che richiedono comunque il pantalone lungo, ma continua a sfuggirmi il perché un impiegato, in un ufficio, non possa indossarli. Non è certo una questione di decoro, come in molti dicono: dove viene lasciata libera scelta nell’uso di camice e cravatte, di certo vedrete il figo di turno con camicia rosa, viola e magari rasata, o cravatta in millemila colori. Senza contare pantaloni e scarpe (quest’ultime si meriterebbero uno speciale a se) o il ritorno in voga di bratelle e calzini in bella vista. Un circo ben peggiore.

Continuando a spulciare qua e la, ho scoperto che in realtà non è proibito o vietato usare i pantaloncini.

Secondo la legge Italiana, sono obbligatori degli abiti da lavoro solo in alcuni settori (specialmente quelli collegati al mondo industriale), e per lo più includono elementi protettivi, come mascherine, scarpe con punte rinforzate, caschi e simili. Negli altri settori lavorativi, che siano pubblici o privati, non vi sono norme che regolamentino un tipo abbigliamento sul posto di lavoro. Si fa riferimento solo al decoro, personale e dell’attività. Con quest’ultima affermazione, si lascia campo libero al datore di lavoro, che è così libero di dettare le proprie linee guida: questo vuol dire che un datore di lavoro può pretendere i pantaloni lunghi per tutto l’anno, ma può anche permettere l’uso di pantaloncini quando fa caldo. Non è vietato, e non ci sono sanzioni.

Ma allora, stando così le cose, perché nella maggior parte dei casi rimane l’obbligo dei pantaloni lunghi? Facendo un azzardo, potremmo dire che questo è un obbligo di immagine. Un esempio è meglio: l’immagine tipica di impiegato in banca. Si presenta già di suo con un abbigliamento distinto, non proprio quotidiano. E difficile (ma capita) vedere donne, impiegate in banca, con la gonna, sempre e comunque lunga. In questo caso, l’obbligo del pantalone è prevalente. L’immagine della banca verrebbe (in qualche modo che a me sfugge) danneggiata dall’uso di abbigliamento comune, e dunque bisogna ricercare uno standard, sotto il quale non scendere. Stessa cosa in ambito politico: perché indossano sempre giacca e cravatta? Per l’immagine, in questo caso con canoni ben definiti. Un abbigliamento diverso non è ammesso: ricordate i problemi di abbigliamento dei deputati che entrarono senza giacca? Nulla di realmente importante, ma il decoro ne avrebbe risentito. Non è obbligatorio, ma di fatto il resto è vietato.

Ma cos’è il decoro? Senza sfociare in concetti estremamente personali, il decoro è, sostanzialmente, il riuscire ad apparire dignitosamente (detto in altri termini, come viene ritenuto giusto) di fronte agli altri. La dignità è un valore con una scala sociale, un po’ come il rispetto, ed il suo valore è soggetto alle modifiche del proprio tempo. Oltre a ciò, come ci dice chiaramente la parola decorare o decorazione, il decoro ha anche un aspetto più frivolo, quello dell’immagine. Mentre nell’800 andavano per la maggiore le gonne a campana, ritenute belle e dignitose per una donna, oggi quell’indumento è una reliquia del passato. Sono cambiati i tempi, i gusti ed anche le concezioni di decoro e dignità. Panta rei.

Definite tutte queste variabili, eccoci alla domanda finale: cosa c’è di indecoroso in un uomo con i pantaloncini? La risposta, a mio avviso, è: nulla. Semplicemente, come riassunto prima, quell’indumento non è ancora visto come adatto all’ambiente di lavoro. E poco importa dei climi meridionali, caldi afosi e umidi: anche noi ci dobbiamo adeguare a quello che viene definito giusto. Adesso che sta prendendo piede il completo con pantaloncini e mocassini, anche nei business district si sta diffondendo il pantalone corto, e prima o poi arriverà anche da noi, poveri comuni lavoratori mortali, precari e proletari. Si cerca sempre di emulare chi “rappresenta” il top.

Qualcuno avrà pensato: “ah, ma le donne possono usarla la gonna!” E’ vero. Una gonna medio-lunga, sempre sotto al ginocchio. Anche in questo fattore ci si può vedere un chiaro elemento tradizionalista, ossia i pantaloni all’uomo e la gonna alla donna. L’uso della gonna, più che un beneficio concesso solo a loro, è un retaggio concettuale, e va inteso come elemento distintivo tra i sessi. Altro paio di maniche sarebbe per gonne troppo corte, scollature e quant’altro.

Purtroppo, ci si è adeguati a questa condizione, che non è quella di apparire professionali, bensì quella di pensare che la professionalità sia rappresentata da un determinato abbigliamento. È sempre successo in passato, e solo il tempo sarà in grado di modificare, nuovamente, usi e costumi. Aspettiamo!