Un’idea sulla globalizzazione del cibo

Mi è capitato, approfittando di 10 minuti di pausa per informarmi su cosa succedesse nel mondo, di passare dal sito del Corriere della Sera, e di imbattermi in un curioso articolo. Riassumendo, l’autore dell’articolo spiegava come, con la globalizzazione del cibo non si siano persi i piatti tradizionali, ma abbiamo solo più libertà di scelta. Esisterà il gelato al kiwi, ma puoi sempre prendere un classico cono con cioccolato e panna.

Su questo non c’è da discutere. Il dubbio lo ho su un altro paio di affermazioni. Per prima cosa, sulle “sole varietà regionali” dei piatti. In secondo luogo sul fatto che non li stiamo perdendo. Da Calabrese (di buona forchetta) non posso che essere assolutamente in disaccordo con queste affermazioni.

Partiamo dalle rivisitazioni regionali degli stessi piatti. E’ assolutamente vero che alcuni piatti sono presenti su quasi tutto il territorio nazionale, ed ogni regione ha il suo “special one“, la sua ricetta particolare. Ma allo stesso modo, ogni territorio (che non è sempre una regione specifica) ha il suo piatto tipico. Coda alla Vaccinara, Osso Buco, Crescenza… dolce e salato, primi e secondi, carne e pesce, esistono piatti che si trovano (e si mangiano) solo in determinate zone dell’Italia (e del Mondo).

In qualche modo, la globalizzazione del cibo ha favorito anche dei piatti locali. Posso comprare una crescenza tipica dell’Emilia anche qui in Calabria, così come delle ottime mozzarelle di bufala, del grana padano o del crudo di Parma. E così via. Parliamo di cose semplici, già fatte. L’esempio degli Hot Dog o degli Hamburger è lampante. Quando si inizia a parlare di piatti più elaborati, le cose cambiano. E non bisogna andare a pescare piatti campioni di complessità, l’esempio, anche in questo caso, è lampante: la pizza. In Italia, di pizzerie (che siano le rotonde o al taglio) ne esistono a centinaia di migliaia, eppure la migliore pizza, quella conosciuta in tutto il mondo, è considerata quella Napoletana. Il modo di farla, possiamo dire, è unico. Poi può piacere o meno, ma una pizza come quella Napoletana non la si può mangiare altrove. A sua volta, nella stessa città di Napoli, non tutte le pizzerie sono degne del riconoscimento! Molte vendono ciofeche assurde, porcherie… semplicemente, non la fanno in quel modo.

E qui arriviamo al secondo punto: il saper fare. Ah, quante parole spese sul saper fare! Saper fare bene! Una volta era una priorità, oggi non più. Oggi bisogna solo fare. I piatti pronti hanno la meglio, così come i condimenti già confezionati. La pasta al pesto è diventata comune come quella al sugo, in tutto il paese. Noi, in Calabria, storicamente non produciamo pesto, ma passati di pomodoro. Volgarmente chiamati sugo. Ecco, negli ultimi decenni è successa una cosa strana… anche in Calabria, si comprano i sughi pronti! Molte famiglie non si fanno più le conserve, e molti giovani di oggi non sanno neppure come prepararli. Non che sia un obbligo, ma, attenzione, da qui nasce l’inconsapevolezza! Pensare che un qualunque “sugo in tubetto” sia come un passato di pomodori, è un errore grossolano, non da poco! Eppure, quanti ristoranti (e quante famiglie) si sono adattati a ciò?

E’ vero, il tempo è poco, farsi le conserve sta diventando un hobby, e servono piatti facili e veloci. Questo è il motivo per cui la globalizzazione del cibo sta distruggendo i piatti tipici. In Calabria abbiamo molti piatti particolari, complessi, unici. Per fortuna, anche la mia generazione riesce a prepararli (uomini e donne, ad ognuno il suo), chi più chi meno. Le generazioni a seguire invece, non ne vogliono a che sapere. Facendo un localismo, i ragazzi non vogliono procurare la carne, e le ragazze non la vogliono preparare. E’ tutto pronto, nel supermercato, a buon mercato puoi comprare dell’ottimo suino tedesco, e metterlo in padella. Rapido, semplice.

Chi vuole trovare piatti autentici, ormai deve girare, e deve sbrigarsi! Le vecchie generazioni sono al capolinea, e già nelle successive (zii e genitori compresi) qualcosa è andato perso (chi prepara più la cuccia se non un ristrettisimo numero di persone? E chi la conosce ormai?). Anche gli agriturismi servono prodotti surgelati spacciati per locali, e i piatti sono preparati seguendo ricette generiche, sopratutto con i latticini, dove un formaggio vale l’altro.

La globalizzazione del cibo porta sicuramente a delle “innovazioni“, come la piadina al sushi citata nell’articolo. I miscugli etnici hanno sempre dato ottimi risultati, non c’è dubbio! Ma d’altra parte, porta anche a dei veri e propri scempi, a delle distorsioni assurde, inconcepibili, che vanno ben oltre le rivisitazioni dei piatti tradizionali. Primo danno fra tutti, la perdita della consapevolezza, di come si fa una cosa, e l’idea che “una cosa vale l’altra“. Non è così. Sapere che le nuove generazioni non sapranno preparare una parmigiana è difficile da accettare.

C’è differenza tra un forno elettrico e un forno a legna. Così come saranno differenti gli stessi piatti preparati nei diversi forni. C’è differenza tra il saper fare ed il fare. E lo si vede tutti i giorni, anche in ambiti diversi da quelli della cucina.

Prima conoscevamo solo le varietà locali. Ora invece conosciamo 200 tipi di hamburger in più. Un grande guadagno.