Come aggirare un problema

Spesso trovo programmi interessanti in televisione. Strano, ma vero! Da qualche settimana, so che il lunedì di Rai 5 é la serata ecologia, e stasera ho avuto modo di seguire la programmazione per intero, rinunciando ad un buon libro (o a Top Gear).

Dopo una sorta di reality che insegna a delle famiglie come vivere più eco (vedendo con piacere che alcune usanze da noi sono ancora vive e simili), ecco un programma interessante che svela come le grandi marche di abbigliamento producono negli slug indiani. Focus sullo slug di Mumbai.

Il problema esiste, ed é abbastanza grave. Ma é incredibilmente ignorato. La situazione peggiora quando ci si rende conto che in realtà i problemi sono di più, e sono alla radice. E se non si risolve alla radice, il problema si può solo aggirare.

I ragazzi inglesi inviati negli slug, dopo diverse settimane di lavoro, pur sempre alleggerito, erano ovviamente nauseati per la condizione di vita di quelle persone. Ma sapete a che conclusione sono arrivati? È una cosa brutta, ma almeno così quelle persone lavorano, e guadagnano.

Una giustificazione pessima, per più motivi.


Primo problema: capitalismo e sfruttamento

Credo che sia vero, l’occidentale medio é una persona di basso profilo. Conduce una vita semplice, agiata, senza troppi problemi. Ed anche nelle situazioni purtroppo più gravi, stiamo sempre meglio di altri.

Quello che vivemmo in passato, nel dopoguerra, portò a dure rivolte. Salario, orario di lavoro, ferie. Esistevano delle multe anche se ci si fermava a prendere fiato! A differenza dei tanto elogiati traguardi che esaltano i fascistelli, il proletario viveva sotto costante pressione. E che non si lamentasse, che era già tanto avercelo un lavoro! E come da noi, in tutta Europa.

Oggi, lo abbiamo dimenticato. E se in India la situazione é questa, buon per loro che un lavoro lo hanno, perché senza starebbero peggio. Se per buono si vuole intendere il vivere in una fogna a cielo aperto. La storia ha dell’incredibile quando si realizza che la situazione è quella oramai da più di trent’anni. Non é una cosa recente. E non è mai cambiato nulla, in meglio.

Ad arricchirsi non è la popolazione, bensì la marca. L’indiano che lavora non indossa nulla di quello che produce, perché non può permetterselo. Un pò come coltivare la terra e non poterne mangiare i frutti.

In questo modo, si alimenta lo sfruttamento, che é già una condizione insita in ogni lavoratore. Si alimenta la povertà, perché non vi é un aumento dei salari, e pertanto ci si ritrova sempre nello slug. Non ci sono prospettive, se non l’adeguarsi per portarsi il pane a tavola.

Ecco, come l’adeguarsi, l’omologazione, uccide.

Secondo problema: capitalismo e soglia di povertà

Quanto vale un vestito da 5€? A chi paghi quando spendi così poco? Chi ci guadagna? Bella domanda, dato che andate tutti a caccia di offerte super scontate. É un traguardo, per noi, risparmiare su tutto.

Facciamo un esempio: lavoriamo, giorno dopo giorno, per mettere da parte qualcosa. Eppure, siamo sempre lì, a fronteggiare spese più o meno impattanti, cercando di arrivare al prossimo pagamento. Insomma, che cosa guadagniamo con il nostro lavoro, se poi non possiamo pagarci il lavoro di persone nella nostra stessa situazione? Se una sarta della nostra città chiede’ troppo’ per un vestito, e dobbiamo ripiegare ad un centro commerciale, come possiamo sostenere una economia sana? Non é possibile, così.

Ecco, questa é la povertà occidentale moderna. O potere d’acquisto. Ed é bassa anche per noi. Immaginate ora quanto sia bassa in uno slug.

Ecco allora che parte il meccanismo: vado dove spendo di meno. E così provoco un doppio danno, prima in casa mia, dato che non l’aiuto, e poi anche in casa di altri, dato che aiuto le persone sbagliate.

Pagando 5€ un capo, non ci copro le spese di trasporto, figuriamoci il lavoro della persona. Quei soldi vanno a fare cassa al produttore, che poi pagherà un tot per una data quantità di vestiti. Totale che, misero, non ripagherà ne il titolare dell’opificio né il lavoratore, che prenderà comunque meno.

Mantenendo questa soglia di povertà, noi vorremo spendere sempre meno, e di conseguenza la produzione verrà pagata sempre meno. Non é un gran bel traguardo?

Terzo problema: non è un nostro problema

Dobbiamo tutti tirare avanti, e come li facciamo noi degli sforzi, dovrebbero farli tutti. Ma non c’é una condizione di equità, di parità, che renda valida questa formula.

Il nostro mantra é un altro, preso più alla leggera, con non curanza. La vita é una, goditela. Sulle spalle degli altri.

Se gli altri non si adeguano, cosa vogliono? Vivere come noi? Che se lo scordino, che restino nel loro slug! E se ci lavorano dei bambini a questi oggetti, ai quali diamo pochissima importanza, ccheccéfrega?

Vedere un documentario serve, ma a poco. Ti da consapevolezza, ma non ti porta lì realmente, in quelle strade claustrofobiche, maleodoranti, dove si vive e si lavora. Proprio perché é grave, ma non è un nostro problema. É giusto saperlo, ma poi che fare?

Un pò come fare un pieno di benzina senza morti sulla coscienza. Il nostro svago, costruito sulla vita di altri. No problem.

Paranoie estreme

Il capitalismo é un male enorme, per noi e per gli altri. Crea questo, è molto altro, solo per accumulate denaro. Impoverisce produttore e consumatore, e arricchisce chi? Rende insostenibile la produzione sana, sfavorisce la competizione ed il libero commercio, impone chi sta meglio ed é grosso ovunque. Un bullo.

Al di là di ciò, é preoccupante la visione moderna. É giusto lavorare, ma non é giusto subire di tutto per lavoro. L’indiano sfruttato non è fortunato, dato che il suo lavoro é praticamente sterile. É un ciclo inutile, un cane che si morde la coda! Eppure l’indiano ci spera e sopporta, con il sogno di guadagnare di più, e quindi vivere meglio.

La moda é una gran perdita di tempo. Come tutte le altre cose prive di un valore reale, ci si dedica fin troppo tempo, che si potrebbe impiegare in cose decisamente migliori.

Ed, infine, la condizione sociale. Cosa serve all’uomo per vivere? Basta poco, ossia del cibo. Magari qualche amico, o una compagna. Il resto é un bene aggiunto, superfluo. Ma spesso utile, e quindi desiderabile. Ma ecco il meccanismo di prima, che si attiva e trasforma anche l’inutile in desiderabile. E come si ottiene ciò? Pagando.

Il punto é che non viviamo in funzione dell’utile che serve, che ci porta un bene dopo la spesa. Viviamo di tante cose. Ma il tutto, non è regolato dai nostri interessi, bensì dal denaro. E così, se vuoi qualcosa, non puoi averla se non la paghi. Tutt’al più, puoi avere qualcosa che costa meno, vale meno e rende meno.

Non é un bel sistema, se ci si pensa. Ma come detto sopra, queste sono paranoie estreme. Non mi aspetto che siamo facili da capire a tutti.

Accettare questa situazione, come i ragazzi del programma, solo perché é simile ciò a cui siamo abituati, é una incredibile mancanza di buon senso. Non si può sostenere la disparità, aspettando che si faccia pari. Non succederà mai.