Cosa festeggiare l’8 Marzo?

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Etichetta di una marca di pantaloni americani (foto abcnews).

La Giornata Internazionale della Donna, meglio conosciuta da noi come Festa della Donna, è una ricorrenza annuale. È già curioso il fatto che abbiamo modificato “Giornata Internazione” con “Festa“. Ogni 8 Marzo, si ricorda all’umanità (o quantomeno a quella parte di umanità interessata all’argomento) un concetto che dovrebbe essere ovvio, banale, elementare. Eppure, è spesso frainteso. Oggi più che mai, perché siamo riusciti a trasformare un momento di riflessione in una festa, spesso tralasciando il punto stesso di discussione!

Con questo articolo voglio buttare giù un paio di miti, raccontare da cosa è veramente nata questa giornata, quale sia il suo significato. Credo che sia lecito avvertire che non troverete scritto tra le righe frasi come “l’importanza delle donne” o “W le donne“. Non è un’articolo “come quelli che di solito si postano“. È un’articolo per certi versi “cattivo”, ma credo abbastanza riflessivo.

Ah, la cosa più importante, voglio spiegare quali sono, secondo me, le cause più comuni per le quali si cade in uno schema vizioso di pensiero, di come si finisca alla sottomissione, anche indiretta, della donna, ma sopratutto come il femminismo sia una delle cause per cui la donna rimane sempre ancorata dov’è. Tanta roba!

Quando nasce questa giornata, e perchè?

Ci troviamo agli inizi del ‘900, un’epoca di transizione per la popolazione mondiale. Più precisamente, ci troviamo in Europa, nel 1907. Per la prima volta, la condizione della donna venne discussa a Stoccarda, in Germania, in un congresso della Seconda Internazionale Socialista. Erano presenti le maggiori personalità dell’epoca, tra cui Lenin, e per la prima volta si discusse seriamente della condizione della donna e dei suoi diritti, uno su tutti quello del voto. Proprio su quest’ultimo punto, venne votata una soluzione: impegnarsi attivamente per introdurre il diritto di suffraggio universale delle donne. Venne però specificato un limite, cioè che bisognava allearsi solo con i partici socialisti che promuovevano questa iniziativa, e non con le donne borghesi dell’epoca che, da sole, lottavano per la stessa cosa.

Questo limite, come si può ben immaginare, non andò bene a tutti. Oltreoceano, Corinne Brown, direttrice del giornale The Socialist Women, criticò duramente questo limite, asserendo (giustamente) che il congresso non aveva il diritto di decidere con chi la donna si dovesse alleare per determinare la sua libertà. Era Febbraio del 1908, e da questo primo botta e risposta sarebbe nata la Giornata della Donna.

A Maggio del 1908, la stessa Corinne Brown tenne una conferenza che chiamò Woman Day, a cui erano invitate tutte le donne per discutere della loro situazione oltreoceano. La manifestazione non ebbe molto seguito, ma il Partito Socialista Americano, in linea con quanto tentato dalla Brown, decise che il Woman Day si sarebbe festeggiato, a partire dall’anno seguente (1909), ogni ultima domenica di Febbraio.

Fù così che la prima Giornata della Donna venne festeggiata il 28 Febbraio 1909 in America. In Italia invece, arrivò solo nel 1922.

E la storia delle donne morte?

Nessuno sa con esattezza dove sia nata questa credenza. Si racconta infatti, ancora oggi, una storia totalmente sbagliata, ma data per vera. Si crede tuttavia che i media abbiano avuto molta influenza nel diffondere questa storia, che è sbagliata, ma non del tutto falsa.

Si narra infatti, che le operaie di una fabbrichetta, tale Cotton o Cottons, morirono nel 1908 a causa di un’incendio che divampò all’improvviso. Queste donne stavano protestando contro il loro basso salario, contro le condizioni disumane di lavoro, ma non riuscirono a scampare dalla voracità del fuoco che improvvisamente le avvolse.

Questa storia nasce da un fatto realmente accaduto, ossia l’incendio alla Triangle, una fabbrica di New York, che causò la morte di 146 persone, per lo più operaie Italiane e giovani donne dell’est. Avvenne però nel 1911, qualche anno dopo. Gli venne poi attribuito, chissà da chi, lo scettro di capostipite delle rivolte delle donne.

Come ho già spiegato sopra però, l’inizio della rivoluzione per il sesso femminile avvenne in ben altri ambienti.

E la storia della mimosa?

Se avete sentito dire in giro che vicino a quella fabbrica, all’epoca, vi erano alberi di mimosa, e che per questo motivo si usa regalare questo fiore come ricordo della tragedia, si tratta dell’ennesima falsità.

L’utilizzo della mimosa è un’idea nata in Italia, precisamente nel 1946, in quanto con la fine della guerra si stabilì il giorno preciso per la ricorrenza.

Non c’è un motivo particolare per il quale si utilizza la mimosa. Semplicemente, fiorisce i primi giorni di Marzo.

Perchè l’8 Marzo?

Sebbene la ricorrenza sia attiva dal 1909, si stabilì una giornata unica per tutto il mondo solo nel 1921. Prima di questa data, in America veniva celebrata l’ultima domenica di Febbraio.

Si utilizza l’8 di Marzo per un motivo sempre collegato alla politica. Ci troviamo in Russia, uno scenario devastato dalle guerre e dai conflitti, lo zarismo inizia a perdere colpi, e le donne iniziano ad emergere. L’8 Marzo 1917 le donne della capitale Russa guidavano una grande manifestazione, dove rivendicavano la fine della guerra. Nessuno attaccò il corteo, e l’8 Marzo 1917 rimase alla storia come l’inizio della Rivoluzione Russa di Febbraio (in Russia vigeva il calendario Giuliano, quindi era ancora il 23 Febbraio).

Si decise così, nella Seconda Conferenza Internazione delle Donne Comuniste, tenutasi nel 1921 a Mosca, di utilizzare l’8 Marzo come data internazione per celebrare la donna. Non poteva mancare un tipico riferimento sovietico però: infatti, all’inizio si parlò di “Giornata Internazionale dell’Operaia“, poi divenuta “della Donna“.

Da quel 1921, la data è la stessa per tutti.

Ma cosa si festeggia?

In realtà non si festeggia nulla, anzi, non c’è nulla da festeggiare (nel senso letterale della parola). Più che altro, come già ampliamente spiegato sopra, questa giornata nasce dalla necesità di mantenere vivo il ricordo di chi ha fatto realmente qualcosa per cambiare la condizione della donna.

Non mi riferisco solo alle donne che nel 1907 portarono all’attenzione di tutti la loro spiacevole condizione, ma mi riferisco alle donne che nel corso della storia si sono distinte per aver cercato di migliorare la loro immagine.

Ma allora cosa festeggiamo?

Festeggiamo la nostra incapacità di discutere di una tematica seria. Oggi la donna può essere fiera di quanto fatto in passato, perché in tanti anni di lotta è arrivata ad una posizione dignitosa (per non dire ovvia o naturale). Il problema è che “noi” non festeggiamo questo, bensì festeggiamo un’altro aspetto della donna, un’altra immagine che spesso neanche condividiamo.

Non esiste un archètipo (o se esiste, credo sia plasmato più che altro dall’aspetto sessuale) della donna, ma solo mille varie forme, nate dall’immaginario collettivo di molti uomini (e anche di molte donne) nel corso dei tempi. Oggi, siamo capaci di “catalogarci” a vicenda, asserendo che “quella è una casa e chiesa“, “lui è uno stronzo” e così via. Abbiamo dei modelli di riferimento su cui poterci basare, in modo astratto, che ci bastano. E questo, in alcune persone, vale anche per un discorso più generale, tipo “Se è biona è stupida” o “Le donne non sanno guidare“. Frasi che sentiamo spesso, e magari sotto sotto ce ne convinciamo pure.

Questo catalogamento avviene anche per i sessi, o per le razze. Magari non si ha un fondamento per asserire qualcosa, ma se quello è nero, è nero. Se lei è donna, è donna. Se è nero, comunemente detto anche Negro, deve stare nei campi. Se è donna, deve stare a casa. Mi duole ammetterlo, ma oggi è un modo di pensare attualissimo, quasi alla moda. Tra coetanei e conoscenti, sento ancora la sincera convinzione che, se la donna potesse stare a casa a non fare nulla, sarebbe meglio.

Eppure, la donna viene mostrata come libera, emancipata, scosciata, provocante e irraggiungibile. Insomma, Libera. Questo diventa una sorta di modello per la “donna media”, che tende poi ad imitarla, con ben altri risultati. C’è insomma un problema da entrambi i lati, sia da parte dell’uomo che da parte della donna.

Dov’è l’errore? Dov’è il problema? Come si può risolvere?

Credo che ci siano diversi “problemi” che inchiodano la figura femminile. Intendo dei pensieri nelle menti delle persone, pensieri e convinzioni errate, che compromettono il nostro modo di vedere. È un campo molto vasto, ma elencherò i punti che ritengo più importanti, per spiegare che se c’è una sorta di blocco, è causa di entrambi i sessi.

  1. Gli Insegnamenti sbagliatiche possiamo apprendere da più fonti. Un esempio può essere un figlio che cresce in una famiglia dove la madre non lavora per volontà del padre, una comitiva di amici che ha lo stesso modo di pensare e così via dicendo. Si tende così a pensare che la donna abbia l’unico ruolo di madre o badante, e che la casa la assicuri da potenziali usurpatori.
  2. Il fraintendimento mediatico che fa apparire la donna come oggetto di desiderio sessuale. Questo è un punto che andrebbe approfondito di parecchio, perché l’utente medio (o anche i ragazzi) tendono ad apprezzare l’immagine femminile seminuda e prospera (che vende le sue rotondità per denaro) ma tendono a disprezzare tale comportamento. Si cade in un circolo vizioso non indifferente, dove gelosia, paura e ansia hanno la meglio. Un esempio pratico è difficile da fare, ma proverò a descrivere quello che vivono in molti. La fidanzata e la sconosciuta: C’è gente che ritiene che non ci sia nulla di male nel far indossare alla propria ragazza (o ad una persona che si conosce) degli indumenti provocanti, sempre che sia in nostra diretta compagnia, perchè lo farebbe per piacerci. Vederla indossare gli stessi indumenti quando esce con le amiche, o comunque non con noi, sarebbe un affronto per il ragazzo, perchè lei si vestirebbe in quel modo per provocare altri maschi. È un discorso rudimentale, puramente “di possesso”. Perchè poi, vedere una completa sconosciuta vestita in modo provocante, è quasi un’invito a provarci. Quindi, la deduzione “logica”: ci si mette i tacchi o il vestito per trardire il proprio ragazzo. Ecco perché bisogna evitare che vengano indossati, o ancora meglio, evitare che la propria ragazza esca di casa.
  3. Il femminismo è un’altro grave errore in cui incorrono molte donne. Sebbene fondi le sue origini in qualcosa di necessario, oggi opera per ragione tutt’altro che necessarie. E sopratutto, lotta solo per autoaffermare la figura della donna, cosa non più necessaria. Con ciò voglio dire che invece di cercare di “risolvere” i problemi sopra elencati, il femminismo cerca di marciare sempre sugli stessi punti, che sono stati già discussi e rivisti (almeno nei paesi più civili). Questo fa passare il femminismo, agli occhi delle persone sopra descritte, come un movimento di donne che vogliono ottenere quello che chiedono, non di donne che cercano di avere ciò che gli spetta, e di certo ciò non aiuta.
  4. Il comportamento sbagliato di uomini e donne, incapaci di comportarsi correttamente con i propri simili, è un’ulteriore ostacolo. Quando finisce una relazione sentimentale, e si chiude in modi particolarmente bruschi (un tradimento, un abbandono), si sviluppa una sorta di rancore al proprio interno. Un rancore che mira alla sola persona che ci ha fatto male, ma che poi generalmente, per un periodo riguarda tutti gli esplonenti di quel sesso. Si, ma per un periodo, dopo il quale ci si riprenderà e si potrà andare normalmente avanti. Purtroppo, in molte persone questo rancore rimane, sopratutto a causa del mancato supporto, aggiunto spesso alle motivazioni sopra elencate. Questo crea dei pensieri “deviati”, che spesso sfociano in ben altro, o comunque caratterizzeranno quella persona per molto tempo, se non per sempre.

Personalmente, ritengo che questi siano i pensieri principali che caratterizzano il presente, più tante altre piccole cose che caratterizzano questo scenario.

Ma allora quale sarebbe la soluzione?

Oso dire che è semplice giungere ad una conclusione, ma giustamente, tu che hai letto tutto questo articolo, arrivato in fondo vorrai sentirmi tirare una conclusione. Più che giusto direi.

Partiamo con il dire che l’idea “Uomo che sottomette – Donna che subisce” non ha più molto senso. Esistono uomini che cercano di sottomettere la donna (ad esempio, le richieste di sesso per poter lavorare), ma oggi come non mai la donna può difendersi, può rifiutare, insomma, può agire normalmente. Esistono anche donne che si sottomettono volontariamente all’uomo, magari pensando di subire ora per avere di meglio dopo, perchè, come detto sopra, ognuno ha il diritto di scegliere al meglio per se stesso. La libertà è anche questo, che poi sia giusto o sbagliato non sta a noi stabilirlo. Che poi sia un comportamento discutibile, non c’è dubbio.

In seconda linea, l’emancipazione conformizzata di una donna. Ossia, un’emancipazione che si basa, oggi come oggi, sopratutto su forme di vestiario, o comunque argomenti molto secondari. Come esempio, è vero che bisogna essere liberi di poter decidere cosa indossare, ma è anche vero che è impossibile pretendere che, indossando una gonna molto corta o vestiti molto provocanti, si venga guardate con occhi rispettosi. È un dato di fatto. Non mi associo assolutamente a chi dice che se indossi una minigonna è più facile che ti violentino, ma mi associo pienamente a chi dice che se indossi una minigonna, in molti ti bramano.

Concludo, dicendo che se ancora esiste la “questione della donna”, ritengo che sia per mano di entrambi i sessi, per mano di incoerenze e presunzioni. L’unica soluzione plausibile, non è festeggiare la donna l’8 Marzo, ne tanto meno iscriversi ad una associazione femminista. Bisogna diventare parte della soluzione abbattendo la barriera sui pregiudizi e sui luoghi comuni che si autoalimentano, e lo si può fare (e lo si deve fare) dapprima nel proprio piccolo. Invece di pensare in grande, bisogna partire prima dal basso.

Bisogna basarsi su questo, non sulla necessità di essere libere o emancipate, perchè questi sono traguardi già raggiunti, e ripeterli fino alla nausea non è necessario. Bisogna mettere da parte tutto, e fare le persone mature.