Quando si muore per la musica

Palco Laura Pausini
Il palco della Pausini dopo il crollo (foto CN24)

Ci sono vari aspetti che mi fanno riflettere quando accadono certe cose. Aspetti che oggi dovrebbero essere scontati, o comunque ben compresi dai più. Ma molto spesso non lo sono.

Potremmo stare a discutere sul senso e sul valore da attribuire al lavoro. Ma in questo caso no. In questo caso si parla di morire per lavorare, anzi, più precisamente morire per musica, un qualcosa che dovrebbe essere puramente uno svago. Non bisognerebbe morire per il lavoro, è un prezzo troppo alto. E non  bisognerebbe morire per la musica, perché è una cosa impossibile anche solo da visualizzare e concepire.

La cosa che più mi colpisce è la “facilità” con cui i cantanti si scrollano la situazione. Laura Pausini (come Jovanotti) sono due cantanti pop molto in voga in Italia, e non credo che saranno influenzati da quanto accaduto. Il che è l’aspetto peggiore di tutti. Non basta esprimere il dolore per la morte di una persona (che forse nemmeno si conosceva), è troppo semplice. Si applica alla perfezione in concetto: “The show must go on!

Non dico che ciò sia sbagliato, perché in fondo questo è proprio il loro lavoro. Dico solo che è tutta una messa in scena (da parte dei cantanti). È troppo facile dire “Mi dispiace, ma è successo”. Il cantante, in questo caso, ha una responsabilità enorme su quello che è successo! Quell’operaio, fondamentalmente, stava lavorando per lui, per farlo esibire, per farlo cantare davanti a centinaia di persone, per incentivarlo. Lavorava senza riconoscimenti per favorire qualcun’altro.

Ma non voglio discutere di questo. Non voglio neppure discutere, come si sta facendo molto, sull’enormità di queste impalcature. Ne tantomeno sul classico scaricabarile all’Italiana (l’amministrazione di Reggio Calabria ha detto, subito dopo la tragedia, che la causa dell’incidente è solo ed esclusivamente il palco, manco se qualcuno la stesse incolpando). Voglio discutere della responsabilità dei cantanti.

Nel 1996, un giovane americano commise tre omicidi, finché non rimase ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia locale. Il giovane aveva ripetutamente ascoltato una canzone, Loc 2 da brain (che si può tradurre con “Mira al cervello” o “Punta alla testa“) di Brotha Lynch Hung. Il cantante tecnicamente non ha colpe, perché giustamente cosa centra lui se qualcuno commette un’omicidio con la sua musica nelle cuffie? Nonostante ciò, ha una sorta di responsabilità, perché proprio in quella canzone istigava alla violenza, e più precisamente, a sparare pochi colpi mirando alla testa del bersaglio. Solita storia, mi dispiace per l’accaduto e buonanotte. Oggi l’attivita Gangsta Rap e Horrorcore dell’artista continua, senza aver tratto nulla di utile dall’accaduto.

Nel 2011 muore Francesco Pinna, per montare il palco di Jovanotti. Nel 2012 muore Matteo Armellini, per montare il palco di Laura Pausini.  Questi avvenimenti avranno una ripercussione sulla vita dei due cantanti? NON intendo in senso economico. Non voglio dire che devono smettere di cantare, o che devono subire una condanna. Come detto prima, non hanno colpe.

Intendo dire, insegneranno qualcosa ai cantanti? Impalcature di 15 metri di altezza e più, sono necessarie? Lo sfarzo e l’imponenza devono per forza sostituirsi alla semplicità fondamentale di un concerto?

La risposta, credo sia No. Perchè oggi si crede che basti scrivere un messaggio di addio per scrollarsi di dosso tutto.