È difficile far valere i propri diritti

Lavorare, per quanto necessario, è stressante. Molto spesso, la principale causa di stress non è il lavoro in se (le proprie mansioni, il proprio ruolo), ma l’ambiente nel quale ci si immerge. Spesso è un ambiente misero, senza spunti di discussione al di fuori delle solite cose, nel quale ci si rassegna ben presto evitanto ogni possibile dialogo o confronto. Anche perché dialogo e confronto non sono cose comuni, negli ambienti di lavoro. In special modo al sud, dove ci si rassegna ben presto all’idea del “capo”, al quale bisogna sottostare e basta. È la necessità di lavorare, che parla.

In questi giorni ho visto questa cosa con i miei occhi. Dapprima mi sono stati chiesti frequenti cambi di orario lavorativo, senza alcun preavviso, e solo per via orale. Al mio rifiuto, mi sono stati cambiati i turni di lavoro, e mi è stata fornita una scaletta lavorativa che non prevedeva neppure un giorno libero (solo tre mezze giornate). Ovviamente rifiutate. Alché, si è giunti al demansionamento, dal mio attuale impiego di coordinatore logistico a “consegne”. Rifiutato anche quello, ed ovviamente clima di tensione alle stelle.

Qualcuno potrà dire “ma sei tu che non vuoi lavorare”. A questo punto è bene ribadire che il mio contratto di tirocinio non prevede tutte queste cose: orari e turni di lavoro sono definiti nella convenzione firmata ad inizio percorso, e non si modificano a voce, ma tramite richiesta scritta che deve pervenire anche all’agenzia interinale (che deve dare l’ok alla richiesta, perché il tirocinante non può essere sostituito al dipendente in ferie, ne impiegato come sostituzione nei periodi di picco aziendale). Oltremodo, è assolutamente illegale proporre una settimana lavorativa senza un intero giorno di pausa. La legge parla chiaro: ogni 7 giorni si ha diritto a 24 ore consecutive di riposo. Non si può frammentare il giorno di riposo, e sopratutto non si deve permettere un frammentamento improponibile. Infinte, il demansionamento è proprio proibito dalle convenzioni generali.

Tutto questo per dire: non bisogna piegare la testa, specialmente se si è nel giusto. Sul posto di lavoro non bisogna fare “quello che ti viene detto”, ma ciò che riguarda le tue mansioni. Niente di più, niente di meno. E se qualcuno cerca di “obbligarvi” a fare di più, a venire ore in più, a fare mezza giornata in più, a fare cose che non vi competono… dovete semplicemente dire di no. Non spetta a voi. È qui la sottile linea tra lavoro e sfruttamento.

Per quel che mi riguarda, ho rifiutato tutte le proposte avanzatemi dal datore di lavoro. In primis, sono stato osteggiato dai miei colleghi: tutti hanno accetto “qualche compromesso” pur di lavorare, e svolgono turni in più. Si lamentano di non venir pagati bene, ma poi non fanno nulla per pretendere quanto gli spetterebbe. Ed alla mia piccola ribellione hanno storto tutti il naso, perché loro “fanno in più”, ed io no. Insomma, non tollerano che io non mi adegui al volere aziendale.

Tutte queste piccole cose mi hanno portato a riflettere, non poco. È vero, da noi il lavoro scarseggia, e chi ha un posto “sicuro” cerca di tenerselo il più stretto possibile. Ma questo vuol dire dover sottomettersi ad ogni richiesta? Dover accettare di vedersi negate ferie e permessi? Dover aspettare sempre l’ultimo arrivato, per inculargli i turni più scomodi? Perché questo pare essere lo standard del mondo del lavoro, qui a Crotone, dove i dipendenti di questa o quella attività non fanno altro che lagnarsi, anziché pretendere quello che gli spetta, per semplice timore. Un timore reverenziale, immotivato, ma percepito come insormontabile per la paura di perdere il lavoro. Quell’onesto lavoro così difficile da avere, in terra calabra.

Io ho detto no. Ho preteso che venissero rispettate le condizioni del mio contratto. E mi è stato detto chiaramente: “Ma tu vuoi lavorare?”. Un ricatto, più che un compromesso. Ben presto lascerò questo impiego, e farò altro. Di lavorare c’è, posti ce ne sono, tutto sta nel trovare una giusta quadra. Nella speranza di non dovermi trovare mai nella condizione, misera ed infame, dei miei colleghi di oggi.

Dodici anni per undici pagine

Stavo leggendo le conclusioni dello studio riguardo alla “mega frana” sottomarina. Si tratta di un report completo ma leggero, composto da appena 11 pagine scritte – ovviamente – in inglese, che tutti possono leggere e scaricare. Ed aldilà delle conclusioni tecniche e scientifiche, una cosa mi ha colpito: sono appena undici pagine.

La frana è stata scoperta nel 2006, e lo studio è cominciato nel 2013. Aldilà del tempo trascorso per capire che cosa stava succedendo, fa un certo effetto vedere anni ed anni di ricerca, studio e lavoro sul campo riassunti in sole 11 pagine, appena 6 fogli formato A4. La mia non vuole essere una considerazione riduttiva, anzi, tutt’altro: dopo anni di duro lavoro, il fenomeno è spiegato in una manciata di righe. Questo a voler dire che il duro lavoro, l’impegno, l’attenzione ed il rigore scientifico, hanno prodotto un risultato all’apparenza “misero”, ma che in realtà è un perfetto sunto di una metafora antica, cioè del duro lavoro “compresso” in piccoli risultati. In piccoli passi, fermi e solidi.

Ci sono voluti dodici anni, per scrivere queste undici pagine. Poche righe che contengono una solida verità scientifica, dimostrata e dimostrabile. Non posso dunque non pensare alla faciloneria con la quale il problema è stato affrontato, dai crotonesi: ricordo ancora molti post, molti commenti, spariti o inabissati nel web, dove sedicenti geologi e scienziati davano le colpe della frana alle trivellazioni (che da noi non ci sono), alle piattaforme… Insomma, balle pseudoscientifiche per trovare colpe in ogni cosa, fuorché dalla semplice realtà.

Undici pagine, da leggere, non sono niente. Eppure, si preferisce credere alle teorie parascientifiche, a poche manciate di righe lanciate sui social che avallano ogni teoria fantasiosa ma priva di basi e fondamento. Ed a tutti va bene così: fa comodo credere alle favole, in questo mondo, e non alla realtà.

Altrimenti, non vivremmo in un mondo dove gli scienziati e gli studiosi vengono avversati, mentre gli urlatori di piazza vengono osannati ed esaltati. Siamo il paese del caso Capua, in fondo.

Il volto dell’opportunismo

Mentre ci sgoliamo per dare colpe di ogni tipo alla politica,ed ai politici piu in generale, ci dimentichiamo di una cosa fondamentale: l’opportunismo fa parte del DNA dell’essere umano fin dalla notte dei tempi. Se in passato si era disposti ad uccidere per sopravvivere, oggi la solfa non si differenzia di molto. Tolta la crudelta’, oggi si tradisce ogni idea, ogni ideale, ogni possibile orgoglio personale per il classico “tornaconto”. E mentre siamo intenti a vedere il tornaconto di tizio e di caio, ci dimentichiamo di vedere il tornaconto di tutto quel popolo che, tronfio di arroganza e idee sbagliate, mette da parte anni di ostilita per mera convenienza.

Cos’altro si puo pensare, vedendo la foto dello stand della Calabria a Pontida? Certo, c’erano anche altre regioni del Sud, ma l’intervista al vibonese che cercava di spiegare come la Lega fosse “una cosa diversa” dalla Lega Nord, mentre gli stessi partecipanti all’evento parlavano di “terroni piagniucoloni”, ha fatto il giro del web. Ma in fondo, lo sappiamo da secoli: se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro. È questa l’ultima chance di ogni sconfitto, che per sopravvivere non puo far altro che cercare di entrare nelle grazie del vincitore.

E nel vedere queste foto, cosi come nel vedere la bandiera della Lega sventolare in pieno centro di Crotone, traspare tutto l’opportunismo di un popolo sconfitto e pronto a tornare alle barbarie (ideologiche) della sopravvivenza.