Questioni di desktop

Sul nuovo posto di lavoro, mi capita di lavorare sul PC che negli ultimi tre anni è stato ad uso esclusivo del mio collega. Un bravo ragazzo, grossomodo mio coetano, che ha fatto il passo più importante nella vita di un uomo: un figlio. Quando hai un bambino le cose cambiano, volenti o nolenti, e ti chiedi ogni quarto d’ora per quale dannato motivo devi stare a lavoro, e non a casa con lui. A vederlo crescere. A passare il tempo con lui.

Per questo motivo, ovviamente, sullo sfondo del PC c’è una foto di quel bel faccione paffuto che è il tratto distintivo dei neonati. Quel computer, dove ci si passa buona parte delle otto ore lavorative spesso innervositi ed infastiditi, ha così una valvola di sfogo “naturale”: il desktop. Quell’angolo di tecnologia che ci riporta, anche solo per un attimo, in un’altra dimensione. In un altro luogo, lontano dalle quattro mura oppressive di una stanza in un ufficio, in un magazzino, in un’officina.

Ho ripensato così alle mia immagini di sfondo. Sono oramai 11 anni di uso quotidiano del pc (e diversi anni di smartphone), nei quali ho usato sempre immagini diverse. Foto diverse. Tutte accomunate da una sola costante: raffiguravano sempre “altri” luoghi. Quando vivevo a Crotone, usavo le foto “dei mari e delle spiagge” visti durante le vacanze. Quando stavo a Londra, usavo una foto di Crotone, del lungomare, delle mie amate scogliere. Ora che sono tornato a casa, uso una foto di New York, di quello che è stato “il” viaggio.

Va così: il desktop rappresenta quel minimo di evasione di ogni comune essere mortale. Nel desktop riponiamo la nostra aspettativa, alternativa alla quotidianità, al casa-lavoro-casa, ai colleghi, al solito tragitto, alla solita città, alle solite cose. Più di ogni documento, più di ogni cosa salvata, il desktop raffigura quel posto dove si vorrebbe essere. Non necessariamente un posto reale, vicino o lontano: è la prima finestra sul mondo delle nostre giornate. Prima di leggere le notizie online, prima di programmare una vacanza.

Il desktop, del pc o dello smartphone, è quel luogo dove ognuno di noi si vorrebbe trovare ogni santa mattina, quando ha ancora la faccia del sonno ed il sapore del caffé in bocca. Ognuno ha il suo, di posto: questioni di desktop.

Dollars are God’s plan

L’avrete sentita sicuramente, God’s Plan di Drake, la nuova canzone simbolo dell’hip-hop e del trap made in USA. Una canzone che in appena 2 giorni ha scalato praticamente tutte le classifiche mondiali, diventando la prima tendenza su tutti i servizi di musica in streaming ed anche su Youtube, per via del suo particolare video.

E proprio del video, volevo parlare. Inizia in modo emblematico, con una scritta bianca su campo nero: “Il budget per questo video era di 996.631,90$. Abbiamo dato tutto via. Non ditelo all’etichetta [casa discografica]”. In soldoni (è il caso di dirlo) Drake, anziché spendere quasi un milione di dollari per un video, ha dato un milione di dollari in beneficenza. Ha letteralmente consegnato mazzette di denaro a decine di persone per le strade di Miami, ed ha effettuato numerosi versamenti a scuole, università, ospedali, vigili del fuoco ed altro.

Probabilmente – anzi, sicuramente – è la prima volta nella storia del rap USA. Tutte le storie degli homies che tornavano in da hood non si avvicinavano minimamente a quanto fatto da Drake. I soldi, in genere, se li tenevano gli OG, e se li spendevano per grosse ville, macchinoni e sfarzose feste.

Tuttavia, c’è un non so che di amaro nel video di Drake. Ci mostra una società che si stupisce di fronte ad una mazzetta. Una società sicuramente trasandata, malandata, in difficoltà, che ovviamente accetta di buon grado il benfrenk. E, d’altra parte, è innegabile che si tratti di un’operazione d’immagine: nulla da togliere al bel gesto del cantante (sopratutto in periodo in cui il mondo del genere musicale si basa su cose come Rockstar o No Man Hot), che però pare “fatto apposta” per dare visibilità alla sua generosità.

In fondo, sono americanate. E aldilà del testo insipido ed insignificante della canzone e del bel ritmo (ed anche dei bei balletti e dei bei passi), quello che resta è il concetto di base, trito e ritrito, del Dio Denaro. Di una massa di ricchi che si compra i più poveri a suon di verdoni, e di una massa di poveri che cerca eternamente di farsi comprare dal più ricco.

Drake ha fatto una buona azione. Un milione di dollari non sono pochi, anzi. Ma com’è che si dice: niente è per niente.

Pagare i servizi, prima di pretenderli

Che dire?

George Herbert, famoso oratore inglese del XVI secolo, pare fosse noto per un’affermazione decisamente attuale: “Mostrami un bugiardo e ti mostrerò un ladro“. L’essere umano è storicamente “bugiardo”, e non stupisce che addirittura tra i dieci comandamenti biblici ce ne sia uno che inviti a non dire falsa testimonianza. Indicazione, purtroppo, quotidianamente disattesa.

A Crotone i bugiardi sono tanti. Tantissimi. Sotto altrettanti aspetti. Ed ogni qual volta si ripresenta una criticità locale – come la recente riduzione idrica imposta dalla Sorical – nessuno si sforza di fare un esame di coscienza. Nessuno. Alcuni giornali locali aizzano il popolino parlando di “complotti”, facendo dei voli pindarici tali da far impallidire la più vissuta delle comare. Altri, invece, dall’alto della loro superiorità, tuonano improbabili slogan come “ma l’acqua non era pubblica!?“, “decisione contro il volere del popolo“, e tante altre cose che nulla centrano con il caso in questione.

Ricordiamolo, ancora un volta: l’acqua è un bene pubblico. Ma “bene pubblico” non vuol dire “gratis”. I servizi si pagano. Ed in Italia abbiamo una delle tariffe più basse d’Europa (e del mondo), con un costo decisamente più basso nel meridione. Non ci sono scuse, per non pagare una bolletta semestrale di qualche decina d’euro.

Eppure, la Soakro prima e la Congesi ora sono perennemente in debito. La prima aveva superato i 30 milioni (arrivando al fallimento), la seconda ha da poco superato i 6 milioni: ci indebitiamo al ritmo di circa tre milioni all’anno. O, per dirla in un altro modo, utilizziamo l’equivalente di tre milioni di euro di acqua potabile senza pagare, ogni anno.

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