L’ex convento di San Francesco di Paola e i suoi palmenti

Intravedete la data?

Anche quest’anno si sono svolte le Giornate FAI d’Autunno, che hanno interessato ben quattro siti in tutta la Calabria. Per la provincia crotonese è stato proposto l’ex convento di San Francesco di Paola a Roccabernarda, costruito nel 1539 in cima ad una ripida collina. Una bella scoperta, ben valorizzata nonostante i numerosi sfregi del tempo.

Nonostante i numerosi danni, la struttura si è conservata discretamente bene. Sono ancora infatti perfettamente distinguibili le varie aree del complesso, le varie stanze, e grazie a diversi documenti siamo in grado di distinguere e riconoscere la sua composizione interna. Purtroppo però, i numerosi terremoti hanno fatto crollare diverse sezioni dei muri, così come il tetto, tanto che ancora oggi alcune aree del convento risultano inaccessibili.

Fortunatamente però, grazie ad un certosino lavoro di recupero e di restauro, l’ex convento è tornato fruibile al pubblico: lo si può visitare dall’interno, e notare tanti piccoli particolare, dalle incisioni sui muri alle “volte” costruite in stile bizantino. Ma sopratutto, la presenza di ben due palmenti all’interno dello stesso convento.

Nonostante le ferree regole sull’alimentazione dei francescani, il vino era sempre presente in tavola. Una parte della bevanda veniva destinata alla vendita, al pari della carne: si vendevano per garantire un’entrata economica. Ma questo non voleva certo dire che i monaci si privassero proprio di tutto! Tant’è che questo piccolo rudere era dotato di ben due palmenti, entrambi risalenti alla prima metà del ‘500. Una delle due vasche (quella che vedete in foto) è state “ristrutturata” nel 1888, a seguito di alcuni grossolani lavori di recupero. Si distingue, oltre alla grande vasca per schiacciare l’uva, anche una piccola cavità dove spremere i cocci sopravvissuti alla prima calpestatura. Non si buttava via nulla.

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Autoreferenzialità

E te pareva…

Iniziamo col dire che sono contento di quello che vedo. Un video che ho caricato nel fine settimana ha riscontrato un buon successo (specialmente se paragonato alle solite e deprimenti 30-70 visualizzazioni medie di un mio post), con oltre 60 condivisioni e circa 15.000 persone raggiunte. Una gran soddisfazione, che mi fa capire sempre di più quale sia la “strada” da intraprendere.

Fin qui tutto bene. Se non fosse per il fatto che delle oltre diciassettemila persone raggiunte, nemmeno una ha pensato di fare un salto sul mio sito. Il che, per me, è un indicatore grave. Non perché ci guadagni qualcosa dalle visite, ma per il semplice fatto che l’attenzione si è focalizzata solo ed esclusivamente su quel video: non su chi l’ha pubblicato, non su chi l’ha prodotto, non su chi l’ha realizzato ecc. ecc..

Parliamo della classica autoreferenzialità di Facebook, dove i contenuti vengono “girati” solo internamente. Certo, in questo modo si riesce a raggiungere più audience, ma è una pratica che rischia di svuotare tutti i piccoli blog e portali. Si tratta, a tutti gli effetti, di un compromesso.

Ad ogni modo, segnatevi quelle cifre: rappresentano il record assoluto di questa pagina (per ora), e non credo che verranno superati tanto facilmente 😛

Verdogne: perché si chiama così?

Si intravede ancora il nome…

La zona di Via Verdogne la conosciamo tutti. Si tratta di una zona antica, una delle prime che sorsero al di fuori delle mura del castello nella seconda metà dell’800, quando le famiglie dei nobili e i ricchi iniziarono a costruirsi le “residenze costiere” per fare il bagno a mare e trascorrere i mesi estivi. Alcune di queste case, rifinite e decorate, sono ancora oggi perfettamente visibili lungo il tratto di strada, a partire dal Bastione Santa Caterina.

Oggi le vie hanno altri nomi, cambiati nel corso del 2016. Ma la zona, che per anni è stata considerata un prolungamento della Marina (ed erroneamente chiamata Marinella, che però è un’altro quartiere), ha mantenuto il suo nome: Verdogne. Perché si chiama così?

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